—Benissimo detto; come Cimabue!—ripigliò mastro Jacopo.—Infatti, Spinello Spinelli meritava tutto quello che ho fatto per lui. Che ci trovate a ridire, voi altri?
—Nel vostro capriccio, nulla. Della sua pasta può far gnocchi ciascuno. Ma il modo!… Vedete? È il modo, che ci offende. Spinello Spinelli viene da voi con un fascio di tocchi in penna. Bellissime cose, degne di Giotto; lo ammetteremo anche noi, se può farvi piacere. Ma come va che tre mesi dopo la sua venuta a bottega egli passa avanti a Tuccio e a Parri, che sono con voi da tre anni? Come va che egli è già così addentro nel maneggio dei colori, da mettere il pennello nei fondi delle vostre composizioni?
—Nei fondi, l'hai detto tu, nei fondi!—gridò mastro Jacopo, con accento di trionfo.
—Eh!—ripigliò il Chiacchiera, che oramai era in ballo e voleva spendere il suo ultimo grosso; se non si trattasse che dei fondi!… Ma voi avete fatto assai più, mastro Jacopo. A questo pittor novellino, gli avete commesso un'opera di molta importanza, che era stata allogata a voi dai massari del Duomo.
—Ah, tu sai anche questo?—borbottò il vecchio pittore, un tal po' sconcertato.
—Sicuro, che lo so. Lo sa tutta Arezzo, lo sa.—
Mastro Jacopo si strinse nelle spalle.
—Ci ho gusto;—diss'egli,—Così non avrò più mestieri di dar la notizia a nessuno. Spinello si farà onore; questo è l'essenziale.
—Col vostro aiuto, maestro, non si dubita punto dell'esito;—ribattè gravemente il Chiacchiera.
—Che intenderesti di dire, manigoldo?