—Bene! To' i pennelli e la sinopia;—gli disse mastro Jacopo.—Vai là, al muro, dove non è ancora stata messa la calce fresca, e segna un contorno.—
Spinello non domandava altro. Ma, per sicuro che fosse di non far troppo male, non poteva difendersi da un certo rimescolamento, dovendo operare così sotto gli occhi del maestro. Se gli fosse riuscito di far bene alla prima, che fortuna! Basta, il giovinotto pensò a madonna Fiordalisa, afferrò il pennello, lo intinse nel vaso e si mise all'opera, tratteggiando sulla parete una mezza figura di San Giovanni. L'aveva attaccata alla brava e la tirò via alla lesta, per non aversi a pentire, e perchè il pennello non avesse a tremargli fra le dita.
Mastro Jacopo stette zitto, sulle prime, a vederlo lavorare: poi, come gli balzò davanti agli occhi la figura abbozzata, borbottò un cenno d'approvazione.
Spinello si era dimostrato valente ed accorto. Valente, perchè il suo disegno era buonino; accorto, perchè quella mezza figura era una copia fatta a memoria, d'un San Giovanni che mastro Jacopo aveva dipinto qualche mese innanzi in San Bartolomeo, nella cappella di Santa Maria della Neve.
—Ah, ah!—disse mastro Jacopo, a cui si spianavano in fronte le rughe, accumulate pur dianzi nella arcigna severità del suo atteggiamento di giudice.—Tu studi l'arte nuova, giovinotto.
—Maisì, maestro. Ed è la buona, mi pare.
—Eh, sì e no. Bisognerebbe, ad esempio, saper scegliere un po' meglio tra nuovi e nuovi. Giotto di Bondone è un gran maestro, e Taddeo Gaddi gli si stringe ai panni. Ti consiglio d'imitare questi due. L'altro, da cui t'è piaciuto di copiare, è un artista da dozzina, il quale non si raccomanda che per un poco di buona volontà.
—Voi gli siete nemico, maestro;—rispose argutamente il giovine.—Lo
si vede dalle vostre parole. Ma io lo difenderò anche contro di voi.
Per esempio, quella sua storia di San Martino, nella cappella del
Vescovado….
—Ahimè, ragazzo, ahimè!—interruppe mastro Jacopo con un sorriso che faceva contro alla mestizia della interiezione.—Bisogna essere stati a Firenze e aver visto il Convito di Erode, che Giotto ha dipinto nella cappella dei Peruzzi di Santa Croce; bisogna essere stati nella cappella del Palagio del Podestà, e aver visto quel Dante Alighieri, improntato di tanta dolcezza, che pare una cosa di cielo! Ma già, tu non vuoi intender nulla, ragazzo mio. Come ti chiami?
—Spinello, di Luca Spinelli, messere.