Ora una donna, quando vede di simili cose, non ha mestieri di lunghi discorsi, nè di lunghe contemplazioni. L'essenziale è che conosca il valore delle tinte. Ma questo, come non conoscerlo, quando si ha per babbo un pittore?
II
L'entrata di Spinello Spinelli ai servigi di mastro Jacopo da Casentino fece chiasso nella scuola. Egli era caduto là come un sasso in una pozzanghera, facendo schizzare acqua e fango d'ogni parte. Sicuro, anche fango. Certe acque non appaiono pulite se non quando e fino a tanto son chete. Provatevi a rimestarle!
Nella bottega di mastro Jacopo erano cinque garzoni. Di quei cinque, soli due potevano passare, ed essere considerati come speranze per l'arte. Gli altri non promettevano nulla, e mastro Jacopo li adoperava a mesticare i colori, a macinare le terrene sulla pietra, a far le imbasciate della bottega, a portargli la cartella dei disegni e la scatola dei pennelli, quando andava a lavorare fuori via.
Quei cinque lasagnoni, com'egli spesso usava chiamarli, con dimestichezza punto piacevole a loro, si domandavano, Tuccio di Credi, Lippo del Calzaiuolo, Parri della Quercia, Cristoforo Granacci e Angiolino Lorenzetti, soprannominato il Chiacchiera. Nessuno di costoro salì in eccellenza nell'arte del dipingere, quantunque due, come vi ho detto, lo avrebbero potuto, cioè Parri della Quercia e Tuccio di Credi. Ma il povero Parri della Quercia morì giovane, non lasciando raccomandato il suo nome che ad una tavola di Santa Margherita, nella chiesa cattedrale di Cortona; e Tuccio di Credi…. Quanto a Tuccio di Credi, egli avrebbe fatto opera più degna, morendo lui, in luogo di Parri della Quercia.
L'apparizione di Spinello Spinelli nella bottega di mastro Jacopo aveva destato un vero baccano in mezzo a quei cinque fattori. In primo luogo perchè nessuno sapeva che quel giovinottino elegante fosse un pittore. Per esser riconosciuti pittori, a quel tempo, bisognava essere entrati fanciulli ai servizi di un vecchio artista, aver macinata per qualche anno la terra di Siena, aver fatto cuocere il travertino, di cui si faceva il bianco per gli affreschi, e portata magari la zuppa al principale, quando lavorava sui ponti, e non ismetteva per tutta la giornata, temendo giustamente che gli avesse a seccare l'intonaco.
Un'altra cagione di meraviglia tra i cinque scolari di mastro Jacopo era questa, che il nuovo venuto si presentava con un quaderno di tocchi in penna, che diceva di aver fatti lui, senza preparazione di studi. Questo, a dir vero, non significava nulla. Ognuno, a cui piaccia, può imbrattare un foglio di carta e credere d'aver fatto un disegno. Ma il guaio era che mastro Jacopo aveva lodati i disegni del nuovo venuto, proponendoli come esempio ai vecchi della scuola.
—Ecco qua,—aveva detto, mettendo il rotolo dei fogli sotto il naso dei suoi fattori,—lasagnoni, imparate. Quando vi dico che bisogna copiare dal vero! Voi altri, invece, perdete il vostro tempo a grattarvi le ginocchia. Si intende, quando non giuocate a zara.—
Rimasti soli davanti ai disegni di quel famoso artista che era piovuto dalle nuvole, i cinque scolari di mastro Jacopo avevano sfogliato il quaderno e guardato curiosamente ciò che formava l'argomento delle sue meraviglie. Si capisce alla bella prima che avevano trovato tutto mediocre. Non c'era franchezza di tocco; i contorni erano duri; gli atteggiamenti goffi; le pieghe così trite, che peggio non avrebbe fatto Cimabue nei suoi primi tentativi. Che cosa aveva inteso il maestro, proponendo loro ad esempio gli sgorbi di quel principiante? Di canzonarli, forse?
In quella che stavano guardando e criticando alla libera, uno di essi scappò fuori con un grido di stupore.