Io, sì, io, tribuno della plebe, non ardisco. Che c'entra l'ufficio, nelle cose del cuore? Io non ardisco parlare, non ardisco confessare il mio segreto a quell'uomo, da cui dipende la mia felicità.
Plauto
Ha da stiacciare la noce, chi vuole la polpa. Il guscio del Console è un po' ruvido, concedo; ma il cuore è ottimo. Fa a modo mio, Lucio Valerio, parlane a lui, e quest'oggi. Egli è tornato di buon umore dalla campagna. Tutto era in ordine colà. Il grano promette; la vigna ha fatto prodigi; sei altri vitelli son nati in questo mese; gli schiavi di catena han lavorato di buona voglia a sterrargli un campo che sarà messo a coltura; l'aia, il cortile, la stalla, sono lucenti come uno specchio. Egli non ha avuto che a lodare e, rimontando in cocchio, mi ha detto che se ne andava più contento all'impresa di Spagna. Sai che partirà fra quattro giorni, appena sia respinta, com'è da credersi, la proposta del tuo collega Fundanio. Vedrai, gli è proprio il momento buono per entrargli del tuo negozio. Te la concede, amico mio, te la concede; tu se' nato vestito.
Valerio
Tu mi consoli, Tito Maccio; credo che avrò la forza di aprirgli l'animo mio. Ma ecco; mi par la sua voce.
SCENA III.
Marco Porcio Catone, Erennio littore e Detti.
(Catone indossa il laticlavio, tunica di lana bianca, partita sul dinanzi da una larga striscia di porpora. Toga bianca di lana. Petaso in capo, che deporrà nello entrare. Capegli rossi e crespi. Calzari di cuoio.
Erennio ha tunica bigia, e toga. Capegli lunghi e barba. Fasci senza scure, nella mano destra, appoggiati sull'òmero. Una verga bianca nella mano sinistra.)
Catone
(di dentro)