—Speriamo bene;—aveva detto il medico, dopo avere attentamente visitato il ferito.—Mi pare che tutto proceda a dovere. La palla si sente e non sarà difficile estrarla. Riposate ora un tantino.

—Signor dottore,—disse Aminta,—vorrei chiedere una grazia.

—Scrivere alla vostra famiglia?—disse il dottore.

—Sì; come ha indovinato alla prima!

—Eh, ci vuol poco, mio caro. È il primo pensiero del ferito, appena giunge all'ospedale. Le prime cure che riceve da persone ignote, quantunque amorevoli, richiamano alla sua mente quelle che vorrebbe avere dai suoi.

—È vero;—disse Aminta.—E se potessi far sapere ai miei che son qua, all'ospedale di Sant'Eufemia…

—È presto fatto;—replicò il medico militare, un forte e simpatico giovanotto, a cui non toglievano bellezza, aggiungendo gravità, le due lenti piantate sul naso.—Ho qua dentro dei foglietti di carta e delle buste. Dettate e scriverò. Nessun ringraziamento, vi prego; son cose che fanno perder tempo, e basta sottintenderle.—

Aminta diede il nome e il ricapito dei suoi. Il dottore scrisse poche linee per lui, dando anche notizie rassicuranti intorno al suo stato di salute. Poi mise il foglietto nella busta, suggellò, aggiunse l'indirizzo; tutto alla svelta, a suon di tamburo; finalmente consegnò la lettera a un infermiere, perchè fosse gittata immediatamente nella buca, all'ingresso dell'ospedale.

—Adesso, dunque, riposate. Niente ringraziamenti, vi ripeto: siamo qui l'uno per l'altro; abbiamo servita in faccia al nemico comune la medesima causa; io, più fortunato di voi, ho della carta da lettere pronta nel portafoglio, e le braccia sane per servirmene. A rivederci tra poco; dormite un paio d'ore, vi prego.—

Aminta non accettò la raccomandazione, che dopo aver chiesto e saputo il nome del simpatico uomo, che faceva tutto alla svelta, e bene, e non voleva neanche essere ringraziato. Bravo dottor Pesce! Anch'egli alpigiano come Aminta Guerri; poichè era nato sull'Appennino ligustico, a Campo Ligure, com'egli sull'Appennino modenese, a Fiumalbo.