—Don Pietro!—gridò il re della montagna.—A quest'ora si viene?

—Che dirle, signor Francesco? Sono stato chiamato in fretta, per il mio ministero di pace.

—Ah!—disse il re della montagna, con accento di rammarico.—È stato un caso grave?

—Speriamo ancora;—rispose il prete.—Ma siamo oltre i novanta.

—Si tratta del vecchio Lorini, dunque?

—Sì, e com'Ella vede, signor Francesco mio, i giorni possono dirsi contati. Morbus et ipsa senectus. Ma non parliamo di cose tristi. Ho fatta la mia corsa fin sotto a Monticelli, ed ecco la cagione del ritardo.

—È venuto almeno in tempo per fare un brindisi;—disse il signor Francesco.—Le presentiamo, caro Don Pietro, il signor conte Gino Malatesti, di Modena. Egli ha voluto dirci il suo nome, ed abbiamo saputo nel medesimo tempo che egli, per causa d'opinioni politiche, è stato mandato a confine in Querciola.

—Brutto paese!—esclamò Don Pietro.—Perchè non alle Vaie?

—Ma sì!—ribattè il signor Francesco.—Glielo domandi un po' Lei.
Perchè non alle Vaie?

—Signori miei,—rispose Gino, sospirando,—se il nostro venerato governo avesse saputo che Querciola era ad un'ora di cammino dalle Vaie, mi avrebbe mandato anche più in là. Il confine che lor signori avrebbero voluto per me, non sarebbe stato un castigo, ma un premio.