Gli astanti erano commossi; Gino Malatesti aveva le ciglia umide. Si levò tuttavia e rispose:
—L'augurio muove da un pensiero che non mi giunge nuovo in questa nobile casa, quantunque io ci sia ospite da poche ore soltanto. Ricorderò che il signor Francesco Guerri ha cortesemente raddrizzata una mia storta opinione, dicendomi: «Se sui monti è aria libera, come sfuggirne il contatto? come evitar la politica?» Mando un saluto a quest'aria libera, dove non sono o non si conoscono tiranni, ed auguro al mio paese di liberarsi dai suoi.
—E di non meritarne degli altri!—soggiunse Don Pietro.—Sia questa la seconda parte del voto!
—Certamente!—rispose Gino.—Le ricadute son gravi, e noi ne abbiamo fatta una triste esperienza. Speriamo che questa abbia insegnato qualche cosa agli afflitti di quindici secoli. Ed ora, o signori, permettete che io beva alla salute vostra, alla prosperità di questa casa ospitale, che ho trovata sul mio cammino, come un'oasi benedetta in mezzo al deserto. Signor Guerri,—conchiuse Gino, volgendo il discorso al suo ospite, ma tosto mandando gli occhi in giro, fino ai suoi figli,—poichè siamo nell'oasi, Dio prosperi le vostre giovani palme.—
Una stretta di mano, ma vigorosa, fu il discorso del re della montagna, in risposta alle parole affettuose di Gino Malatesti.
—Ella è un amico di casa, se ne ricordi.
—Ahimè!—disse Gino….—Che è ciò? Son sceso di grado?
—Perchè?—domandò il re della montagna, non intendendo lì per lì l'allusione del suo ospite.
—Perchè, signor Francesco mio, dianzi era stato adottato per figlio.
—Ah, sì;—rispose il vecchio, sorridendo;—quando ignoravamo ancora l'esser suo e non vedevamo in lei che la sua qualità d'ospite. Ma Lei ha voluto farsi conoscere, ed ora sappiamo il suo nome e il suo titolo.