Il signor Francesco, alzato anch'egli per tempo, diede il buon viaggio al suo ospite. Ed anche il felice ritorno, come potrete immaginare, poichè queste cose si dicono sempre. Le signore non si erano presentate nel salotto, ma il conte Gino, come fu in sella, ebbe il piacere di vederle apparire sopra un terrazzo scoperto, a fianco della casa, e di mandar loro un rispettoso saluto. Tra esse, naturalmente, e quasi sarebbe inutile il dirlo, era anche Minerva galeata.
I nostri due cavalieri, fatta una breve salita, andarono costeggiando la montagna per un sentiero sassoso, all'ombra dei soliti cerri; guadarono due o tre torrentelli, e dopo mezz'ora di cammino scopersero le prime case di Querciola.
Veramente, il nostro Gino Malatesti non aveva scoperto nulla. Querciola aveva i tetti di legno o di falde di pietra; e falde e tavole, essendo tutte coperte di musco, si confondevano facilmente col verde grigio della costiera. La scoperse Aminta e la indicò al suo compagno di viaggio, che la distinse a sua volta ed intese non trattarsi d'altro che d'una doppia fila di casipole, mezzo nascoste in una piega del monte.
—Quella,—disse Aminta,—è Querciola sottana, e ci arriveremo in un quarto d'ora.
—Come'?—esclamò Gino.—C'è ancora una Querciola soprana?
—Sì, un quarto d'ora di cammino più su, dietro quella macchia di roveri.
—In verità,—disse Gino, ridendo,—non avrei creduto necessario che ci fossero due Querciole. Una bastava, se non era d'avanzo.
—E dobbiamo andare a quell'altra,—rispose Aminta,—se Ella vuol trovare un alloggio meno orribile degli altri, nella casa dei Paoli.
—Che! Non occorre;—disse Gino.—Orribile più, orribile meno, sceglierò il più vicino.
—Ma badi!—osservò Aminta.—L'orribile più sarà orribile troppo.