Dopo quella spallata, il giovinotto escì dalla stufa. Fiordispina, traversando le aiuole, veniva dalla sua parte; era già abbastanza vicina, e poteva entrare nella stufa, ed anche rasentarla soltanto; ma nell'uno e nell'altro caso avrebbe veduto l'ospite, ed egli avrebbe avuto l'aria di essere stato ad osservarla, a spiare i suoi passi. Escì, dunque, ed ella lo vide e gli sorrise.
—La signorina,—disse Gino, muovendo verso di lei, che si era fermata,—veniva a vedere i suoi fiori?
—No, veramente;—rispose ella;—andavo più in là. Non cerco fiori, porto foglie;—soggiunse, mostrando il suo grembiale, che teneva raccolto per i due capi.
—Ah!—esclamò Gino.—Un pasto mattutino! E dov'è la famigliuola che lo avrà dalle sue mani?
—Qui presso. Vuol vederla?
—Volentieri, se permette.
—Bene, venga allora con me.—
Gino s'inchinò e la seguì. Fiordispina andava leggiera lungo le invetriate della stufa. Sicuramente, se egli fosse rimasto là dentro, ella lo avrebbe veduto allora, poichè rivolse, passando, un'occhiata curiosa alle piramidi dei fiori.
—Ah, signorina!—disse Gino.—Che stupende eriche ho vedute or ora!
—Son belle davvero;—rispose Fiordispina.—Eriche del Capo di Buona
Speranza.