Enfin!—disse il contino tra sè, disponendosi a fare una visita alla baronessa Vergnani, taille de guêpe et pied d'Andalouse.—Faccia un po' quel che vuole; io me ne lavo le mani. Ah ah! la marchesa mi fa l'adirata mi sta rigida e fredda come una divinità sul piedestallo… E intanto quello straccione di filosofo da dozzina, qui n'est pas même des nôtres… Basta, ora hanno a vedersela tra loro, messieurs les manants. In verità, non m'aspettavo già più che quello sciocco d'Ariberti mi cascasse sotto la mano. Oggi ho avuto fortuna cogli uomini. Avec les femmes, ma foi, nous verrons tout-à l'heure.

E ravviati leggermente con tre dita i capegli e data una scrollatina all'abito nero, come per levarne le grinze, il figlio di Sua Eccellenza se ne andò verso il corridoio dei palchi di prima fila, per consolarsi presso la taille de guêpe dei superbi dispregi di madonna Giunone. La quale, per uno di quegli arcani psicologici che hanno fatto chiamare l'uomo un animale imitatore, era parsa bella e desiderabile al contino Candioli, dopo che l'avevano trovata bella e desiderabile gli altri. Ed Ariberti, dal canto suo, non si era innamorato per una ragione altrettanto frivola? Nel suo struggimento, più assai di testa che di cuore, non c'entrava egli per due terzi di vanità? Avrebbe egli dato nei gerundi a quel modo, se la marchesa di San Ginesio, scambio di una gran dama, fosse stata, con tutte le sue bellezze, una buona pacchierona di bottegaia, o d'ostessa?

Eppure, notate, per quel riscaldamento di testa non vedeva più lume. Date due o tre giravolte nell'atrio, era tornato al suo posto in teatro, come per sincerarsi se la marchesa fosse ancora quella di prima, o se gli occhi suoi l'avrebbero veduta tutt'altra, dopo le rivelazioni del contino Candioli. Era là, nel suo palchetto, tranquilla, impassibile, quella superba che non si degnava di guardarlo, e che pure aveva abbassato gli occhi benevoli su di un giubbone color di tabacco. Ma che gusti erano dunque i suoi? Candioli avrebbe esclamato: fi donc!

Il nostro Ariberti stabiliva a priori che una donna non può guardare che un bell'abito, e innamorarsi che per la trafila del figurino delle mode. Così la passione acceca! Se fosse stato un pezzente, avrebbe pensato tutto l'opposto, e stabilito che una donna a modo non dovesse guardare che i cenci.

—Eccola dunque là, col segreto de' suoi amori plebei, nascosta, sotto quella maschera di aristocratica noncuranza! Ed ecco là, accanto a lei, quell'uomo felice per legittimità di possesso, che non sa nulla di nulla e se la ride, scioccamente fiducioso, dei vani armeggiamenti di tanti vagheggini miei pari! Donne! Donne!—

Fo grazia al lettore degli «eterni Dei» e di tutto quell'altro che dovrebbe far seguito. Il monologo, del resto, è vecchio come i primi venti anni del primo innamorato che abbia esercitato la pazienza degli echi solitarii. Frughi ognuno nei suoi ricordi, e vedrà di averne fatto, non uno, ma parecchi e non solamente a vent'anni.

Mal potendo dissimulare la sua stizza, Ariberti uscì da teatro mezz'ora prima che finisse lo spettacolo, non badando al bisbiglio che suscitava la sua rumorosa partenza dal bel mezzo delle sedie chiuse, tra tutti quegli spettatori, a cui egli turbava insieme la visuale del palcoscenico e l'udita. E indovinate mo' dove andasse a far capo? Nella via di Santa Teresa, ad asolare davanti al palazzo San Ginesio, di cui le parole del maligno contino gli avevano indicata la situazione. Sicuro; egli non aveva mai pedinata la carrozza della marchesa, e costei abitava per l'appunto laggiù, a pochi passi discosto da Filippo Bertone. Dall'abbaino dell'amico aveva veduto la finestra della dama e il cuore non gli aveva detto nulla! E quell'ipocrita, nemmeno! Addosso all'ipocrita! Infatti, che cosa significava quel davanzale ornato di fiori fin dai primi giorni della sua dimora lassù? Mirava ad attirare gli sguardi della signora, il furfante. E poi, quell'essersi rimpannucciato d'improvviso! Era perfino diventato bello. Lui, Filippo Bertone! C'era da crepar dalla rabbia. Ed egli frattanto a perdersi in mille zacchere, colla Giumella, coi cavalieri di Malta, coi libri, colle tragedie, colla gloria. Imbecille! E giungeva tardi, per conseguenza; perdeva il vantaggio di essersi fatto innanzi pel primo; quel destro mariuolo, che non pareva lui, gli aveva vogato sul remo.

Il filo delle irose considerazioni gli fu poco stante interrotto dall'arrivo di una carrozza, che si fermò davanti al palazzo dei San Ginesio, per svoltare incontanente sotto l'androne. La signora tornava da teatro, e Ariberti nel passare davanti al portone, potè vederla ancora col piede sullo smontatoio.

—A quest'ora,—pensò egli con amarezza,—l'ipocrita è già in sentinella al suo finestrino. Chi sa? Forse tra pochi minuti, dal suo spogliatoio, madonna darà un'occhiata furtiva su in alto, a quel buco illuminato e adorno di piante rampichine, come una capannuccia di Natale.—

Ariberti se ne andò dalla via di Santa Teresa dicendo il paternostro della bertuccia. E quella notte, nell'osteria del Mago, prese una sbornia solenne, per affogare, da quell'eroe di Byron che si teneva di essere, la sua rabbia nel vino. Senonchè, tra un bicchiere e l'altro, aveva bisbigliato al Priore, con cui era entrato in molta dimestichezza dopo la faccenda del duello: