—Forse domani avrò bisogno di te.—

Che tiro mancino meditava l'Ariberti in quell'ora? Egli stesso non ne aveva un concetto ben chiaro. Metteva le mani innanzi, come per impegnarsi a fare qualcosa. Del resto, la notte (e per notte intendeva le poche ore mattutine destinate al sonno) avrebbe portato consiglio.

Così avvenne diffatti. Andato a letto assai tardi, e colla mente in iscompiglio, si alzò per tempo, con una pensata da gran diplomatico, e azzimatosi con molta cura e provato lungamente un sorriso allo specchio, si recò dal Bertone, prima che questi uscisse per andare all'Università.

—Amico,—gli disse, adoperando quel tal sorriso, che gli uscì per altro un pochino stentato,—sono venuto a chiederti un servizio.

—Dimmi; son cosa tua;—gli rispose candidamente Filippo.

—Ecco gua; ti chiedo la tua camera.—

Bertone lo guardò trasognato.

—Sì,—proseguì l'Ariberti,—non posso più rimanere nel mio quartierino in piazza Vittorio, e ti domando il tuo bugigattolo, come lo chiami. A te certo non importerà.

—Ma, scusami;—ripigliò Filippo Bertone, che ancora non sapeva capacitarsi perchè l'Ariberti gli facesse quella uscita bizzarra;—e dove vuoi che vada io?

—Eh, per esempio, in via degli Argentieri, nel tuo alloggio dell'anno scorso. La signora Paolina ci ha quella tua stamberga libera; l'ho ancora veduta ieri l'altro e mi ha pregato anzi di parlartene.—