—Vediamo un po; che cosa hai fatto quest'oggi?
—Ecco, babbo;—diceva il ragazzo, mostrando tutto vergognoso l'opera sua.
Il babbo leggeva, leggeva tutto, senza perdonarla ad una virgola, storceva le labbra, crollava il capo e faceva la copiaccia in due pezzi.
—Non va bene; fàllo da capo.
E Nicolino tornava a scrivere; indi, altra lettura e soventi volte altra lacerazione del manoscritto.
—Ma dimmi, babbo, dov'è lo sbaglio?
—Da capo a fondo; non c'è niente di buono. Qualunque cosa tu abbia a fare, il primo punto è di pensarci su molto. Pensaci, torna a scrivere, e ti avverrà di fare meglio.—
In questa maniera, e senza pietose correzioni di penna, che sarebbero tornate a danno degli altri condiscepoli, era avvenuto al ragazzo ciò che egli nella sua testolina decenne pronosticava di sè. Aveva dovuto strappare ad uno ad uno tutti i primi premii, dalla grammatica inferiore alla seconda retorica.
Segno che non era un ciuco, il signor Nicolino, come egli si era battezzato da sè in un momento di stizza. Tutt'altro, anzi; ma il suo spirito vagabondo amava troppe più cose che non comportasse l'età. L'applicazione, forse, perchè comandata, lo uggiva; e troppo spesso egli stava come origliando dentro di sè, per sentire quelle voci interne che sogliono cantare più tardi nei chiusi recessi dell'anima. Ingegno precoce, egli non era più, non era mai, nel suo guscio. A dieci anni innamorato come Dante, aveva scombiccherato il suo sonetto a rime fallate, in lode di madonna, che era una fanciulla di nove. A quattordici anni lamentava già il triste vuoto della sua vita, ed aveva trovato che tutto nel mondo era fumo. È vero che, a rincalzo della sua tesi, fumava già come un turco.
Impetuoso per indole, o faceva, o tentava, o si struggeva d'ogni cosa che gli girasse nella fantasia. Era anche un tal poco manesco e prepotente, salvo colle bestie che aveva preso ad amare. Ed ecco in che modo. Una mattina, andando attorno con un suo compagno di scuola (ahimè, quel giorno la scuola e' l'avevano salata ambedue), si era arrampicato su d'un leccio, per pigliar un nido di passerotti. La madre, che era andata in busca di cibo, non tardò molto a giungere, e, scambio di strillare, come usano gli altri uccellini, si avventò al fanciullo, e lì, stando sull'ale, lo bezzicò animosa più volte sul capo.