—Parli Valerga! Parli!—

E lì un chiasso d'inferno, un nabisso, un diavoleto. Si intende che vociando e ridendo si seguitava a trincare. Già, diceva il filosofo, non c'è cosa che bagni l'ugola come il bere.

Luciano Valerga si alzò barcollando. Era una finzione, perchè il letterato della compagnia non si ubbriacava mai, e si diceva di lui che avrebbe potuto bere impunemente tutta l'acqua delle nozze di Cana, dopo fatto il miracolo. Ma tra i tre cavalieri di Malta era la moda di parer brilli al secondo bicchiere, forse per salvare le apparenze, coprendo la debolezza di quelli tra loro che pigliavano troppo facilmente la sbornia.

Valerga adunque si levò in piedi. Avrebbe voluto salire sulla tavola, ma c'erano i fiaschi di mezzo, e i gesti dell'oratore avrebbero potuto danneggiarli; perciò il nuovo Segneri fu contento a salir sulla panca, in mezzo a due accòliti, che, stando a sedere, la tenevano salda.

—Poco reverendo Priore, poco venerabili fratelli,—incominciò Valerga con voce piena d'unzione,—ecco qua la pecorella smarrita che ritorna all'ovile. E notate che il pastore non era andato a cercarla, sicuro com'era che gliel'avrebbe ricondotta un giorno o l'altro le vecchie simpatie, l'odore del chiuso, od altra qualsivoglia ragione, sempre che il lupo non se l'avesse mangiata. Nel qual caso noi tutti saremmo andati a rintracciare le ossa nel Ghetto e avremmo dato loro onorata sepoltura, metà presso un raffinatore di zuccheri, metà ad una fabbrica di animelle per le uose dei soldati, o per le mutande dei poveri diavoli, a cui la madreperla è contesa. Ma il Ghetto, direte voi, le avrebbe lasciate così inoperose? Io mi passo di rispondervi, perchè il lagrimevole caso fortunatamente non è avvenuto e la notizia è almeno prematura. La pecorella è tra noi viva e sana, e beve con avidità, sicut cervus ad fontes aquarum. Beve, e tra poco le verrà voglia di fumare la pipa. Ma la pipa non l'ha, e qualcheduno di voi, vergini prudenti, dovrà imprestare il suo tabacco e il suo rispettivo recipiente alla smemorata. Usciamo di metafora, o signori; tanti ci si vive a disagio. Il signorino s'è messo in eleganza, ha seguito le vie di Balial, è andato a corteggiare le donne di Moab, a far l'occhio lànguido su pei teatri e per le feste da ballo. Ma che dico io l'occhio languido? L'occhio, dovevo dire, del pesce fuor d'acqua. Infatti, tu, o giovine sconsigliato, sei rimasto per tutto questo intervallo fuori del tuo proprio elemento; hai risicato di perderti; chi sa? forse hai già il baco nell'anima. Peccato! Un giovane di così belle speranze! Ti sei dimenticato del precetto di Assur Adani Pal, vulgo Sardanapalo, che lasciò scritto sulla sua tomba: «mangia, bevi, il resto è nulla»; hai dimenticato che la vita è… A proposito, chi mi versa da bere?—

La domanda dell'oratore fu prontamente esaudita. Valerga tracannò il suo bicchiere tutto d'un fiato, si lisciò i baffi e proseguì l'omelia.

—…. Che la vita, dico io, è un sogno, una allucinazione, che tutto è apparenza quaggiù, tanto che Pirrone dubitava perfino di esistere e lo avrebbe fatto crepar dalle risa il signor Cartesio colla sua goffa trovata de! «Cogito ergo sum». Siamo noi dunque così sicuri di pensare? Io per me, o signori, e, m'immagino, anche voi, ne dubito forte. Donde io potrei per avventura, con un bravo sorite, di cui vi fo grazia, dimostrarvi che non sono. E vedete qua, il damerino; egli (lo dirò con un grande autore profano) «immagini di ben seguendo false» si mise sulla via di coloro «che trattan l'ombre come cosa salda», andando dietro alle chimere, alle gorgoni, alle prime donne, alle ceraste, alle anfesibene. Badi bene scusando la rima, che non gli avvenga di incontrarci nel basilisco, orrida bestia, se crediamo agli antichi!—

—Beviamo alla salute degli antichi!

—Che il Cielo li prosperi!

—E accordi loro anche cent'anni di vita!