—Ah!—esclamò Giselda, alzando il dito in atto di difesa.—Queste poi no.
—E perchè, di grazia?
—Perchè queste son vostre, e le debbo tener io.
—Ma anche quest'altre son mie, mi sembra, o, per meglio dire, vi vengono da me.
—Sì, ma non posso già inalberare tutto il vostro mazzolino. Ne ho preso la mostra e la serberò gelosamente; mi avete capito? Or dunque, signor mio, queste violette che vedete sul tavolino, son mie, e ve ne offro; queste altre—e accennava così dicendo i fiori nascosti sotto la gala,—son vostre e me le tengo io. Vi piace così?
—È una cattiveria!—-rispose egli imbronciato.
—Ah sì, cominciamo da capo!—diss'ella, con piglio di padronanza.—Venite qua e lasciatemi fare.—
Ariberti dovette contentarsi di quella cortesia fatta a mezzo e fiutare le violette più fortunate da lunge. La signora Szeleny aggiustava ogni cosa a sua posta e passava alla svelta su tutto quello che non le andava a genio di fare e di dire.
—Ecco fatto;—ripigliò essa, com'ebbe raffermati i fiori all'occhiello del soprabito.—Ora, sedete un po' qua ed aiutatemi a dipanare questo matassino di seta. Vedete? Ho da disfare e ricucire una veste. Le vostre sarte torinesi non mi finiscono. Così; tenete a modo, colle mani più alte. E adesso?….
—Come siete bella, Giselda!