—Quante cose in una piegolina!—notò sarcasticamente Ariberti.—Io non ce le ho messe davvero.

—Ma sì, ma sì, che ce le avete messe;—replicò essa battendo il piedino sul pavimento, con atto di amabile sdegno.—Perchè avete piegato quest'angolo?

—Perchè si usa, mi pare;—rispose egli timidamente.

—No che non si usa, almeno con me, quando si può aspettare un pochino, o quando si vuol dire: tornerò tra mezz'ora. Ecco qua, non meritereste nemmeno che io accettassi i vostri fiori.—

Così dicendo, accostava il mazzolino alla faccia, per respirarne le fragranze. Indi, spiccati alcuni fiori dal colmo, li riponeva diligentemente nella sparato della veste, sotto le crespe di una gala di trina; gentil custodia del seno, che avrebbe inspirato un sonetto al Petrarca, e un'ottava all'Ariosto.

Il giovine innamorato guardava e taceva, assaporando la sua gioia, come la madre di Diana, quando contemplava la sua bella figliuola.

Latonae tacitum pertentat gaudia pectus.

—Ne volete?—disse alla perfine Giselda, sollevando lo sguardo verso il taciturno gaudente.—Ve ne metto due all'occhiello.

—No grazie;—rispose egli tra umile e malcontento.—Ne vorrei una di quelle.—

E accennava le mammole che avevano già trovato il luogo migliore.