—Ah, queste sarebbero eterne. E di eterno, pur troppo, non c'è nulla nel mondo.
—Errore, signora mia! Io so d'una cosa che potrebbe esserlo, purchè voi la vedeste di buon occhio.
—Sì, sì, vi capisco; voi continuate la vostra frase, interruppe ella —ridendo;—poc'anzi rasserenavo i cuori; adesso ci fo nascere la —sempreviva. È ancora l'ufficio del sole.
—Eh, perchè no? Ridete liberamente e schiudetemi i tesori dell'Eritreo; purchè ammettiate la possibilità della cosa.
—Ah, non ho detto questo; anzi, la nego. Nella mia qualità di sole, conosco gli uomini quanto bisogna, per non conceder loro una così grande virtù.—
Una stoccata al cuore non avrebbe, io credo, fatto più senso al nostro giovinotto, di quel che facesse quella semplicissima frase, quantunque, accartocciata in uno scherzo, potesse fino ad un certo segno interpretarsi anch'essa per uno scherzo e nulla più.
Ella conosceva gli uomini! Bella notizia! Poteva adunque parlarne ex professo? E il povero ragazzo se li vedeva sfilare davanti, processione noiosa tra tutte, cominciando da quel signor Paolo ungherese, che aveva vergato la prima pagina dell'albo, e venendo giù. giù, fino…. a proposito, fino a chi? Probabilmente a quel temerario d'un cavaliere Roberti, o ad un altro, conte o duca, conosciuto in Milano, dove la signora Szeleny aveva il suo domicilio artistico. Infine, che c'era egli di strano? Una donna giovane, bellissima, elegante, abbandonata (perchè l'artista è sempre una specie di Didone, senza l'amminicolo del rogo), che cos'altro ha da fare, se non lasciarsi corteggiare un tantino? Il mondo è una selva, e dietro ad ogni tronco d'albero, dietro ad ogni cespuglio, c'è un cacciatore appostato. Se ne cansa uno, se ne cansano due; il terzo vi crivella un'ala, o vi fracassa uno stinco.
E la processione s'inoltrava, cresceva, sfilava a dilungo; tutti quei cavalieri, vagheggini, damerini, cascamorti, zerbinotti, pezzi grossi, Alcibiadi antiquati e rimessi a nuovo, passavano daccanto a lei, le bisbigliavano una parolina all'orecchio; ed ella si faceva rossa in volto, ma sorrideva, sorrideva sempre e con tutti. Ahimè, così vuole la civiltà, ma così porta anche l'inverecondia.
E tutta questa visione per una frase? Sicuro; mi pare d'averlo già detto, e, se non l'ho detto, voi già ve ne siete accorti, o lettori; il mio Ariberti era un tipo di delicatezza che quasi potrebbe chiamarsi morbosa. Siffatti caratteri son più frequenti che non si creda nel tempo nostro, che è pure il tempo del mal di nervi. Saremo forse meno disgraziati di prima, può darsi, ma è un fatto che soffriamo di più; la raffinatezza del sentimento ci ha recato i suoi mali inseparabili, la diffidenza e lo struggicuore. Non siamo mai stati tanto sospettosi, tanto sottili, tanto tiranni per noi e per gli altri, come ora. È un bene? è un male? Potrei dirvelo, ragionandoci su; ma, figlio del mio tempo anzitutto, dubito anch'io e vi rispondo: non so.
Comunque, e lasciando le sottigliezze da banda, quella frase di Giselda potea dirsi un errore. Che bisogno c'era egli di dirla? Ma già, la signora Szeleny non era migliore nè peggiore di tante e tante altre. Era una bella zingara, piena d'ingegno ed anche di cuore; ma nella vita randagia dell'arte aveva forse perduto tutte quelle velature e delicatezze di sentire, che accrescono il pregio della bellezza e perfino della severità di costume.