Ricordate l'involucro velloso che rende più gradito nella sua medesima ruvidità il calice d'una rosa non ancora brancicata? Orbene, intenderete dunque che cosa mancasse alla signora Giselda, a questa leggiadra farfalla, che, aliando qua e là, aveva lasciato contro le siepi dell'orto, o sotto una scossa di pioggia primaverile, il suo polviscolo d'oro.
Ora la storia di quella graziosa farfalla, Ariberti doveva industriarsi a conoscerla, ed ella doveva sollevare un lembo della cortina che nascondeva il suo passato, senza pensar più che tanto alle nuove ferite che poteva arrecargli. Che egli l'amasse, Giselda doveva pure vederlo; ma probabilmente essa aveva quelle sue tenerezze in conto di una galanteria mascolina, o almeno di un impeto giovanile. E mostrava di corrispondergli, sì, certamente, perchè Ariberti non era e non poteva riuscirle antipatico. La donna apprezza sempre chi l'ama; al poi ci ha da pensare il destino. Non ce ne avvediamo, ma facciamo qualche volta lo stesso. Non siamo noi prepotenti la parte nostra? Non pretendiamo che le donne si mettano ad ogni risico per noi? Or bene, anche le donne hanno la loro ragione di operare, che non è punto la nostra, o non somiglia alla nostra; e quella fusione di pensieri e di gusti, che noi domandiamo, è una fisima del nostro cervello. Quando per avventura ella s'incarna, quando da una parte e dall'altra c'è quel delicato riguardo, quel desiderio di piacere, di interpretare, di indovinare scambievolmente i gusti e i pensieri, i filosofi dicono che da una delle due parti c'è sacrifizio manifesto; gli scettici del mondo elegante asseriscono che l'una e l'altra si smarriscono nelle sottigliezze e non intendono la vita.
Torniamo al fatto. La storia di Giselda era semplice e poteva compendiarsi in poche parole. Figlia ad un colonnello dell'esercito austriaco, non ricco, e morto da molti anni, la giovinetta era stata educata signorilmente. Era piaciuta ad un giovine di Pest, figlio del padrone della casa in cui la fanciulla e la madre abitavano. Quell'amore, cresciuto nella dimestichezza del vicinato, dispiacque ai parenti del giovane, e la ruggine che ne seguì tra le due famiglie portò per conseguenza uno sgombero, che era anche consigliato alla vecchia signora Szeleny da ragioni di economia domestica.
Intanto, il giovinetto era mandato a cambiar aria; quanto a lei, che sapeva abbastanza di musica e aveva una graziosa vocina di mezzo soprano, la madre pensò di condurla a Milano, terra del canto, e semenzaio di artisti.
La famiglia del giovane aveva aiutato a render possibile questo disegno delle signore Szeleny? Questo punto non fu mai potuto chiarire; rimanga adunque con altri punti oscuri, o controversi della storia, che sono del resto moltissimi, e uno di più non aggraverà sensibilmente il fardello della umana ignoranza. Piuttosto sarebbe da indagare come il signor Paolo (chiamiamolo così perchè a conti fatti dovrebbe esser lui lo scrittore della prima pagina d'albo) comportasse la sua disgrazia amorosa. Ma questo possiamo argomentarlo da noi, pensando che il signor Paolo aveva ventidue anni, età dei grandi dolori e delle grandi consolazioni. La qual cosa ci potrà far intendere altresì che l'innamorato, ardente da prima e disperato peggio di Werther, aveva dovuto consolarsi, e lasciar le pistole nella vetrina dell'armaiuolo. Che diamine! Vienna non era poi l'ultima Tule, e nemmanco Ovidio, quel gran maestro e schiavo d'amore che sappiamo, aveva creduto di uccidersi, nel suo confino del Ponto. Pensiamo dunque per la migliore che il signor Paolo non è stato guari senza trovare il suo Boezio nella cerchia della Ringstrasse, che ha vissuto lietamente da scapolo un paio di anni tanto per fare il lutto conveniente al suo amore infelice, che ha preso moglie, viaggiato l'Italia e fors'anco rasentato l'uscio di casa della cantante, a Milano, senza che il suo cuore dèsse una battuta più rapida delle altre. Hélas, ha detto la signora di Solms, tout passe, tout lasse, tout casse.
Quanto a Giselda, si può credere facilmente che ella avesse trovato nella dignità offesa un possente rimedio ai rammarichi della fanciulla abbandonata, perchè senza dote. E poichè il destino aveva voluto così, poichè i pretendenti accettabili si sarebbero presentati tutti, qual più, qual meno, nelle condizioni del signor Paolo, poichè infine la vita signorile a cui l'aveva assuefatta la sua educazione bisognava pure continuarla, avvenne che la signorina Giselda lasciasse l'Ungheria senza rimpianto e vedesse anche con una certa compiacenza l'occasione di andare in Italia per dare l'ultima pulitura alle sue corde vocali. L'ombra del Duomo di Milano coperse il segreto de' suoi sogni delusi.
Al tempo in cui la mia storia la incontra, tutti quei dolori erano passati, non lasciando altro che la traccia naturale dell'esperienza nel cuore di lei. È anche probabile che questa esperienza si fosse accresciuta, mercè nuovi studi dal vero. Gli uomini le erano sfilati dinanzi a diecine, con tutte le loro dorate prepotenze e le loro squattrinate follìe. Ed essa, perdendo la freschezza e il profumo delle illusioni, era tornata ilare e franca; ma venendo sul capitolo dei signori uomini, di cui pure gradiva gli omaggi nella sua duplice natura di donna e di artista, diceva che non avrebbe creduto mai alle loro proteste di amore e di fede.
E questo piaceva grandemente alla signora Mary (debbo dir signorina? no, ho detto signora, e forse è già troppo), alla signora Mary, inglese di Nizza, o nizzarda d'Inghilterra che dir si voglia, e amica sviscerata da venti giorni, della signora Giselda. Arcades ambo, cioè a dire, artiste tutt'e due, nubili tutt'e due, diseredate tutt'e due dalla sorte, e risolute, ognuna secondo il poter suo e le sue vie particolari, a conquistare un posto nelle prime file, dovevano fare insieme una lega, che sarebbe poi durata come tutte le leghe in generale, e come quella delle donne in particolare, quanto avrebbe potuto.
Una parte della storia di Giselda, e la men facile a raccontarsi in persona prima, l'aveva lasciata trapelare per l'appunto ad Ariberti la signora Maria, un giorno che egli, più cotto che mai, pieno di speranze, di dolori e di debiti, era andato nella casa di via d'Angennes, senza trovare Giselda, che era alle prove in teatro, e incontrandoci in quella vece la grande demoiselle (così aveva preso egli a chiamarla), che egli fece umanamente gli onori di casa. Mary custodiva l'amica, come il famoso drago dell'antichità vigilava l'albero dello melarance nell'orto delle Esperidi. Era burlona in apparenza e maligna dentro come una scimmia; però le sue celie sapevano sempre d'amaro. Son esprit a des griffes, avrebbe detto il Candioli. Punzecchiava sempre il povero Ariberti, lo canzonava intorno alle sue vane speranze e lavorava con un gusto matto a stringerlo tra l'uscio e il muro.
Un giorno, che erano andati tutti insieme a vedere il castello di Moncalieri, la signora Maria notò con piglio dispettoso la fanciullaggine di Ariberti che aveva fatto per Giselda una raccolta di fiori selvatici e pretendeva di farle portare tutto quel fascio di sterpi.