—-Non sapete regalare che del verde!—gli disse, con aria di superbo dispregio.
—Signorina,—rispose Ariberti, toccato sul vivo, nel verde c'entrano —anche gli smeraldi.
—Bene, offrite dunque smeraldi,—replicò la stizzosa osservatrice,—et que cela finisse.—
Giselda fu pronta ad intromettersi; domandò a Maria, abbracciandola, che idea balzana le fosse girata pel capo; pregò Ariberti a non far caso di quello scherzo; aggiunse che portava volentieri quei fiori dei boschi, che le ricordavano i begli anni d'infanzia; insomma, tanto disse e fece che la nube fu dissipata e il temporale si chetò alle prime gocce di pioggia.
Ma il nostro innamorato aveva ricevuto la botta e non poteva dissimularla a sè stesso. Sicuro, i suoi erano doni da fanciullo; un diamante, bellamente incastonato, gli avrebbe fatto più onore.
E lui subito a cercarlo. Sarebbe andato di grand'animo a razzolare nelle miniere del Capo di Buona Speranza, se fossero state un po' più alla mano e non gli avessero fatto perdere cinque mesi di tempo, tra l'andata e il ritorno.
Peraltro le difficoltà che doveva superare per impadronirsi di un pezzettino di carbonio cristallizzato, non erano minori a Torino, sebbene quei graziosi nonnulla scintillassero a centinaia nelle vetrine de' gioiellieri. Ci erano infatti quelle maledette lastre di cristallo, che lasciavano vedere e non toccare, c'era per giunta la necessità preliminare di metter fuori quella merce di scambio che è l'oro, o l'argento, vecchio ingrediente di ogni contratto, che la civiltà, con tutti i suoi progressi non ha ancora inventato il modo di lasciare da banda.
Ora il nostro eroe, lì per lì, di quella merce preziosa non si trovava ad averne. Il Priore aveva già snocciolato un cinquecento di lire, e non poteva rendergli un nuovo servizio. Lo mandò per conseguenza da Bonisconti; ma Bonisconti ne aveva meno di lui, e lo mandò da Valerga.
Da Valerga, il poeta? Sissignori, e non era una celia. Valerga poteva aiutare in quel bisogno Ariberti. Apollo s'era messo nei panni di Mercurio: e voglio dire con questo che Luciano si mise l'ali ai piedi per correre in traccia dell'araba fenice dei banchieri e far trovare al suo giovine amico il denaro corrente, coll'interesse ragionevole del seicento per cento. Così almeno mi sembra che debba andare la proporzione, perchè Ariberti sottoscrisse per sei mila, non ricavando dalla merce acquistata che mille.
Il sacrifizio parrà troppo forte a chi va comodamente per la via piana; ma a ciò si risponde che il traffico bene inteso non deve, con un soverchio d'agevolezze nello sconto, lusingare le menti dei giovani e promuovere la manìa scialacquatrice dei figli di famiglia. Va bene che il nostro eroe non domandava la somma per scialarla in bagordi, bensì per fare un grazioso regalo alla sua diva; ma anche su questo capitolo il Ghetto era assai rigoroso, e alla fin fine non ci aveva nulla a vedere nelle ragioni degli innamorati.