—Volete danaro? Eccone; in mercatanzia, ci s'intende, per rivenderla e farne commercio, come dice la frase d'obbligo, e come consiglia il bisogno di non dare nell'occhio ai nemici dell'usura. La merce è danaro; pigliatela per quel che fa la piazza; un compare la ricomprerà, e, nel prezzo che farete, io non c'entro. Del resto, siamo filosofi; l'importanza del danaro va misurata al fine che l'uomo si propone di raggiungere. Si vuole una soddisfazione? Bisogna pagare anche quella. La domanda rincara la merce; è legge economica. E poi, con che diritto vi lagnate dell'usuraio? Voi giovani comperate con mille, mettendo di costa la gioventù e la fortuna, quello che altri non otterrebbe al prezzo di ventimila. Dunque, ecco subito diciannove mila di differenza, che io posso mettere in coscienza a mio profitto. Questa è giustizia distributiva e null'altro.—

Così doveva ragionare il vecchio Aronne (Arunel-Rascid, come lo chiamava Luciano Valerga) che imprestò ad Ariberti il danaro, o gli vendette la sua merce in guanti e calze di seta, che tornava lo stesso. La merce valeva poco in confronto della somma, direte; ma, e la firma dello studente valeva forse di più? L'onesto Aronne non doveva essere compensato in qualche modo del risico?

La ricerca del capitalista, i negoziati, la sottoscrizione delle cambiali, la consegna della merce, la commedia del sensale per far parer manna ad Ariberti le mille lire, in cambio di seimila che doveva valere tutta quella roba di scarto, tirarono maledettamente in lungo il negozio. I moccoli attaccati dallo studente non furono pochi, anche perchè sul più bello si venne a conoscere (e il sensale mostrava di non vederci più lume) che metà dei guanti venduti dal giudeo erano tutti della mano sinistra, e che probabilmente un così gran numero di monchi della mano destra non si sarebbe trovato a Torino. Finalmente, il nostro Ariberti, che già non sapeva più con chi farsela tra i santi del paradiso, avendoli invocati tutti a suo modo, intascò le mille lire e gli parve ancora una grazia particolare del cielo, che, per dire la verità, egli aveva assai poco meritata.

Intascò le mille lire, ho detto, ma gli si dimezzarono pochi minuti dopo nella borsa, per la compera di un elegantissimo medaglioncino, tempestato di brillanti e corredato del suo monile, affinchè Giselda potesse cingerne il collo.

La signora Szeleny vide il gioiello, ne rimase grandemente ammirata e lo fece anche vedere a Maria, che promise ad Ariberti di ritrattare la sua frase di Moncalieri, al secondo presente d'uguale valore che egli avrebbe fatto a Giselda. Ma questa le diede sulla voce, anzi non accettò il dono del giovane, e non ci fu verso di farglielo tenere.

—Alla mia serata,—gli disse da ultimo, temperando nelle preoccupazioni dell'artista gli scrupoli della donna,—alla mia serata, non dico di no; farà spicco, e qualche altra regina del palcoscenico, morrà per cagion vostra, dalla rabbia.—

Di fatti, la stagione teatrale al Regio era già abbastanza inoltrata e Giselda aveva cantato in due opere di ripiego, per dirla anche noi nel gergo di palcoscenico. Disgraziatamente la cantatrice non era piaciuta che per la sua bellezza, o piuttosto la sua bellezza aveva fatto passar sopra alla povertà della voce e dell'azione drammatica. Cantava bello, come suol dirsi con vecchia arguzia dagli Aristofani delle platee. Ora, perchè la bellezza frutti applausi da sola e faccia andare in visibilio i dolci di sale, è mestieri che questa bellezza si mostri umana, e lusinghi, coi sorrisi dalla ribalta e colle presentazioni in casa, l'amor proprio ai semidei del proscenio, e agli eroi delle sedie chiuse. E questo non era il caso della signora Giselda, che aveva fatto poche conoscenze tra gli onnipotenti del giorno, quantunque ad Ariberti paressero già troppe; e quelle poche, poi, non sapevano acconciarsi di buon grado alla eterna presenza di quello sbarbatello, geloso in vista e permaloso, secondo i casi, peggio di un antico cavaliere spagnuolo.

Dunque, visibilio no, e gli applausi erano pochi. La freddezza del pubblico recava per contraccolpo una nuova e più grande molestia allo studente, costretto a farsi in quattro, in otto, in dodici, per procacciare un'ombra di partito, che le dicesse brava nei punti topici e sostenesse i battimani, o per dettare su questo giornale e su quello articoli laudatorii, che dovevano andare, diligentemente ritagliati dalla pezza, a rimpinzar le colonne dei giornali teatrali delle altre città, come testimonianza credibile dei trionfi di Torino.

Giselda lo ringraziava, ma senza andare in visibilio neppur lei, come lo avrebbe ringraziato per un mazzolino di viole mammole, o per una scatola di confetti. Forse tutti quegli atti di servitù le parevano naturali, anzi obbligatorii in ognuno che l'avvicinasse: fors'anco vedeva di non avere incontrato il favore del pubblico e la sua dignità non le consentiva di riconoscerlo apertamente, con dimostrazioni di gratitudine a quel povero ragazzo. Certo, ella si dava molto pensiero del suo avviamento artistico, e per naturalissima conseguenza le si era infiltrato nell'amena un miccino di vanità, d'amor proprio, di gelosia, in faccia alle altre sue compagne di palcoscenico. Quello delle quinte è un altro mondo nel mondo; ha una lingua sua, passioni sue, allegrezze, dolori, trionfi e vergogne

Che intender non le può chi non ci vive.