Cittadina di questo piccolo mondo e partecipe a tutte le sue debolezze, la signora Szeleny ringraziava facilmente, ma leggermente altresì, il giovine innamorato dei suoi quotidiani servigi, e metteva in quella vece tutto l'ardore a desiderare, usava tutti i più sottili accorgimenti a procurarsi la parola amica di chi avesse taciuto fino a quel giorno, o il favore e l'applauso di chi, tra i semidei che ho detto più sopra, le si fosse mostrato restìo. Il sorriso confidenziale, o la protezione grossolana di un impresario, la mandava a casa più allegra di quel che facesse un di petto, venuto fuori senza stento soverchio; una risposta ritardata d'agente teatrale la faceva stare di cattivo umore per due giorni alla fila. S'intende che per ogni visitatore ella sapea ritrovare la sua giocondità di prima e sciorinare le sue grazie più elette. Erano conoscenti e sarebbero andati a teatro; bisognava dunque far loro buon viso. La vittima era sempre Ariberti, Ariberti che tutti credevano felice, o almeno molto innanzi nel favore della diva, ma che pur troppo avrebbe potuto cedere i suoi profitti al portinaio, senza dar nulla di sicuro, o giuocarseli col suggeritore, con cui erano pari quanto a sostanza di felicità, cioè a dire molto vicini per soliti, ma unicamente da' piedi.

Unico guadagno era per lui quella sapiente mistura di dolce e di amaro che Giselda sapeva ministrargli ogni giorno; verbigrazia, la stretta di mano serbata a lui ultimo nell'ora di commiato, l'occhiatina furtiva negl'intervalli d'una conversazione che lo avesse condotto ad un pelo di prendere il cappello e di andarsene, o un bacio lasciato deporre su quelle sue dita affusolate, in un momento d'oblìo, mentre il discorso era rivolto a tutt'altro. Così viveva il nostro povero eroe, cangiando d'umore più volte al giorno, che non faccia di colori il cielo in un tramonto d'autunno.

Ho detto degli articoli che scriveva egli solo su parecchi giornali, ma non ho detto quanto gli costassero, d'inchini, di sotterfugii e d'altro. Figuratevi che per ficcarne uno di poche linee nella cronaca d'un giornalone politico, aveva… Ma no, non lo dirò, perchè non mi si accusi di aver disvelato i misteri d'Eleusi ai profani.

CAPITOLO XV.

In cui è dimostrato, contrariamente al proverbio, che chi non cerca trova.

La serata a benefizio di Giselda Szeleny venne finalmente, per accrescer le cure e l'ansietà dell'innamorato che ormai si era fatto più molesto di un padre di ballerina, o d'un marito di prima donna poco assoluta. Già, di studii universitari non si parlava da un pezzo; anche il suo dramma, finito a Dogliani, che doveva essere posto in scena in quel medesimo inverno per grazia profumata di un capo-comico di terz'ordine, era lasciato affatto in balìa degli attori. Ariberti non vedeva più altro fuorchè le faccende di Giselda, non si curava più d'altro fuorchè delle sorti d'una serata, a cui mancava il più sicuro fondamento, cioè l'entusiasmo del pubblico. Non avrebbe fatto quel mestiere di galoppino per tutto l'oro del mondo; e lo faceva in cambio per nulla. Ma chi nol sa? L'amore come la fame, piega gli uomini ad ogni sorte d'uffizi.

Per far numero in teatro, aveva preso in affitto quella sera un palco di seconda fila, e si era invitata presso di lui la signora Maria, coll'amminicolo della zia e d'un vecchio parente, o amico di casa che fosse, della categoria dei personaggi che non parlano. Questo onore sulle prime non gli andava molto a' versi, ed era rimasto perplesso mettendo fuori il dubbio che probabilmente non avrebbe trovato un palco degno di ospitare la grande demoiselle; ma Giselda aveva mostrato piacere che la cosa andasse per l'appunto così, ed egli, che il palco se lo era già accaparrato, aveva finito col dirle: et cum spiritu tuo o qualche cosa di simile.

Eccolo dunque colla signorina Mary (ho detto signorina? orbene lasciamola andare), che faceva uno sfoggio meraviglioso di trine, di svolazzi, e d'altri fronzoli donneschi, nel suo palchetto di seconda fila. Era bella, più bella del solito in quella sera, l'inglesina di Nizza. Ho già detto che la sua era una bellezza un po' dura; ma debbo soggiungere che lo sfarzo delle vesti, la luce del teatro e la soddisfazione di stare là in vista come una regina seduta sul trono, l'avevano trasfigurata senz'altro.

Una cosa notò Ariberti, che doveva notarne tante in sua vita; vo' dire la disinvoltura con cui certe donne accolgono i servigi di un uomo, che pare gli facciano grazia, e lo contano nulla, lì per lì, o poco meno di nulla, salvo a contarlo assai da un momento all'altro, senza una ragione sufficiente di quel cambiamento d'umore. Infatti, per allora, il cavaliere della bella nizzarda non contava niente più del personaggio muto che aveva accompagnato la zia. In quel palchetto si pigiavano e si succedevano le visite, e lui, l'accompagnatore e l'ospite, doveva rimanere per necessità della carica, ma risospinto ad ogni nuovo arrivo e dimenticato a dirittura in un angolo.

Inoltre, tutti quei farfalloni facevano un chiasso del diavolo non permettendo nemmanco di mettere un po' d'attenzione allo spettacolo. Mary qualche volta si provava a dar loro sulla voce ma con un tono che dava ansa a far peggio.