—Signori, sentiamo la cavatina, vi prego; è così bella!
—Sì, se fosse bene cantata.
—Non ne sapete ancor nulla. Stiamo dunque un po' cheti.
E gli altri a sorridere maliziosamente, a far boccacce, fino a quel segno che consentivano le buone creanze, ed anche ad esprimere più apertamente i loro riveriti dubbi intorno al merito della cantante. Non avevano poi tutti i torti; ma infine, perchè scegliere appunto quel palco per loro tribunale? Ariberti, non potendo rimbeccarli senza mancar di rispetto alle dame, fremeva in silenzio e si mordeva le labbra. E vedete combinazione: anche Maria difendeva fiaccamente l'amica; anzi peggio, la difendeva in modo, da farlo schiattar lui dalla rabbia.
—Signori,—diceva l'inglesina, assumendo un'aria d'autorità, che rasentava la celia,—vi proibisco di trovar difetti nella signora Szeleny. È la mia migliore amica, ed io non posso ascoltarvi.—
Venne finalmente la grand'aria di Giselda, e qualche applauso della platea, aiutato coi gesti dal palco di Mary, che aveva voluto dai suoi visitatori quell'atto di compiacenza, permise ai servi di scena di farsi avanti coi mazzi di fiori e col vassoio d'argento, su cui era posato quel tale astuccio di gioielli che i lettori conoscono. I mazzi erano quattro, e tutti del povero Ariberti, che si era proprio spartito in quattro, per far comparita in quella solenne occasione.
—Quattro mazzi! Di chi saranno?—si domandava nel palco.
—Ecco,—rispose l'inglesina,—uno è mio.—
Non era vero, come Ariberti sapeva per prova; ma un'occhiata che gli diede, o per dir meglio, che gli gittò in fondo al palco la giovane, lo fece complice di quella audace bugia. Quell'occhiata pareva dirgli: vedete, dico così per non farvi sfigurare; ringraziatemi.
—Il secondo,—soggiunse Mary,—è del mio gentil cavaliere, che partecipa alla mia ammirazione pei meriti di Giselda. Il terzo dev'essere dell'avvocato Germani, compitissimo gentiluomo, come saprete…