—Avete ragione,—rispose Ariberti, chinando la testa umilmente, e noi altri uomini gravi siamo pure i gran sciocchi. Se permettete, vi accompagnerò dalla modista, e vedrò d'imparare anch'io qualche cosa.—
Quella mattina la signora marchesa fece assistere il nostro onorevole ad una conferenza molto sugosa e istruttiva di trine, svolazzi, passamani, stoffe, guarnizioni, e va dicendo. Peccato che il Parlamento non avesse allora per le mani nessuna legge suntuaria intorno agli abbigliamenti donneschi, perchè l'onorevole Ariberti avrebbe potuto esserne relatore, e scrivere una ventina di pagine da far trasecolare la direttrice d'un giornale di mode.
Ma di ben altro si occupava il Parlamento, e l'onorevole Ariberti ne trascurava i lavori da un pezzo. Quel giorno, per l'appunto, egli avrebbe dovuto essere negli uffizi, per una discussione di qualche importanza, ed era invece a far l'uditore di una mercantessa di mode. Un altro giorno avrebbe dovuto studiare e prepararsi per un discorso di gran lena, perchè l'eloquenza non è mica un dono spontaneo della natura, come, forse, è la chiacchiera, ma si nutre di argomentazioni stringenti, si rimpolpa di esempi, si adorna di tutte le grazie dello stile, e vive anzitutto di quella scelta giudiziosa, che è figlia della meditazione, accoppiata al buon gusto…
In quella vece, gli bisognava predicare a braccia, come tanti cicaloni presuntuosi, e la sua fama ne scapitava assaissimo. Un po' di vecchia pratica, qualche ricordo classico e qualche scappata facile, lo salvavano ancora da tutti quei segni minacciosi in cui si manifesta la disattenzione dell'uditorio, ma non lo alzavano d'un punto nella stima de' suoi degni colleghi. Un suo antagonista (perchè Demostene non poteva già stare senza il suo Eschine) ebbe ad esclamare una volta: «fuoco di paglia!» e a commentare la frase, stropicciandosi allegramente le mani.
Egli sentiva, così in confuso, dentro di sè che la sua riputazione d'uomo politico ne andava di mezzo. Tuttavia come rimediarvi? Quella donna lo aveva ammaliato, ed egli non aveva la forza, nè il desiderio, di ripigliar la sua via. Così dicono che avvenga ai viaggiatori colti dal gelo sulle terre polari, che si sentono venir meno ed amano abbandonarsi al destino, senza far nulla per richiamare nelle membra torpide il calore e la vita. La marchesa Clementina, troppo amante di sè, avvezza agli omaggi degli uomini, come una dea pagana agli incensi, non avea tempo a pensare che tanta divozione doveva essere ricambiata con un po' di cura del buon nome di lui. Ed egli, poi, non sapeva staccarsi un giorno, un'ora, da quella inconsapevole maliarda; era geloso, pativa tormenti ineffabili, e facea sforzi inauditi per dissimulare la negra cura sotto l'apparenza di una cortese assiduità.
A questo proposito, il nostro innamorato aveva fatto un'osservazione importante, che egli tornava più accetto alla marchesa, quando era, o si mostrava, meno acceso per lei. Epperò, facendo forza alla sua indole vulcanica, si studiò di apparirle più misurato e più calmo.
Da principio lo studio gli riusciva difficile. Senonchè, bisognava fare di necessità virtù, ed egli ci si venne a mano a mano avvezzando, come il re Mitridate al veleno. Ci si rodeva un pochino di dentro, ma questi danni dovevano aver conseguenze lontane, ed Ariberti non badava che ai benefizi del presente. E così avvenne che, fortificato abbastanza nella sua rigidità diplomatica, quel Werther sulla quarantina incominciasse a vedere in nube il momento avventuroso in cui egli sarebbe stato tranquillo e disinvolto, come lo erano tutti i suoi degnissimi antecessori.
La marchesa, secondo si è detto, riceveva moltissima gente, tra cui forastieri in buon dato e gran personaggi della capitale. C'era inoltre per quattro o cinque sere della settimana il passatempo del teatro, e ad ogni tanto, venivano le solenni comparse dei balli. L'onorevole Ariberti era sempre in faccende, e un po' da per tutto, e spesso alla Camera… nella nota degli assenti.
Un bel giorno la Camera fu sciolta, e il paese ebbe la gioia delle elezioni generali. Era il redde redde rationem per l'onorevole Ariberti, che dovette andare, immaginate con che gusto, nel suo collegio, per farsi vivo cogli elettori. La marchesa aveva promesso di scrivergli, se non ogni giorno, almeno tre volte la settimana. Ma furono invece tre lettere in un mese. E mentre egli, tappato non senza fatica in una camera d'albergo, rubava due ore d'ogni giorno alle cure elettorali, pel suo epistolario colla marchesa, trascurando per lei la moglie del sindaco e del ricevitore delle dogane, leggeva la marchesa Clementina le quattro pagine fitte che la posta mandava ogni giorno sul suo tavolincino elegantemente incrostato di madreperla?
Io per me, conoscendo un pochino i suoi gusti superficiali, credo che si contentasse di leggere la sopraccarta.