—Di che vi lagnate?—diss'ella.—Conservo i miei amici. È questo infine un obbligo di buona compagnia, ed è anche una fortuna, per chi non vuol rimanere nella solitudine.—

E punto fermo; il nostro geloso non potè cavarne più altro. Ma pur troppo gli si radicò nella mente il sospetto che tutti quei Proci, meglio educati degli antichi, ma fastidiosi ad un modo, fossero gli antecessori suoi, che andavano e venivano, bevevano il tè, recavano le notizie, le voci e i pettegolezzi della giornata, parlucchiavano d'arte e di scienza, scoccavano un frizzo, dicevano una galanteria, profferivano il loro ossequio, e, qualunque cosa facessero o dicessero, profanavano l'amore che non sentivano più, e la dignità che non avevano avuta mai. Ed egli, incatenato dagli usi del mondo, aveva a recarsela in pace, e guardare tutte quelle facce sospette colla tranquilla compiacenza, con cui si guardavano, appiccati al muro, i vecchi ritratti di famiglia!

Per fortuna, il prescelto, l'ultimo, il regnante, era lui. Ma frattanto egli si sentiva crollare il trono sotto i piedi. Non era già un indizio gravissimo della sua decadenza l'essersi svegliato dall'estasi e l'essersi avveduto di quella Camera dei Pari che lo circondava? E un indizio ne tirava un altro; evidentemente il povero Ariberti perdeva terreno.

Si trattava di andare da lei al mattino, per barattare quattro parole senza ascoltatori importuni? La marchesa aveva l'emicrania. Un altro giorno ci aveva le sue visite. E quando non ci aveva le visite, o l'emicrania, c'era la modista da consultare.

—E sempre la modista!—-gridò egli un giorno, che non poteva più contenersi dalla stizza.

—Sicuro, la modista;—rispose la marchesa, con una tranquillità imperatoria che non ammetteva repliche.—Fareste anzi opera gentil di cavaliere ad accompagnarmi.—

Ariberti era rimasto un pochino titubante, non parendogli troppo dicevole di accettare un invito, che forse gli era stato fatto per mettere fine alla sua insistenza.

—Ah, ecco,—esclamò la marchesa, con accento d'ironia,—voi altri uomini gravi non vi degnate di entrare nelle nostre faccende, che chiamate superbamente frascherie femminili. Eppure, gli è proprio per queste frascherie che v'infiammate voi altri e scegliete le vostre regine.

—Signora,—disse Ariberti,—voi non avete mestieri di questi…. ammenicoli.

—Sicuro! potrei lasciarli da banda, e vestirmi dei vostri complimenti. Ma pur troppo, e per quanto io li accetti di buon cuore,—soggiunse la marchesa Clementina,—i complimenti non bastano. Sarei bella davvero, cogli abiti di un mese fa; senza contare che non avendo avuto bisogno, neanche un mese fa, di questi… amminicoli, e tornando indietro di questo passo, potrei contentarmi del mio vestitino d'educanda.