Amarla e maledirla; questa doveva essere la sorte del mio e vostro Ariberti. La marchesa di Rocca Vignale amò in lui due pregi secondarii, l'eleganza e la fama; del suo cuore non indovinò gli spasimi, bastandole la servitù quotidiana; del suo ingegno non si avvide, fuorchè per la lode a lui data dagli altri, ma non volle o non seppe studiarlo a fondo, per farsene la custode e l'ispiratrice. La politica era di moda; epperciò la signora marchesa era andata varie volte al Parlamento, lieta di farsi veder in un delizioso abito mattutino nella tribuna diplomatica e di cagionare un subisso di distrazioni in un centinaio di teste calve, o mal pettinate, nelle quali si racchiudeva il senno della nazione. Per qualche giorno l'onorevole Ariberti era stato il beniamino della pubblica opinione, e, miracolo inaudito, quel facondo oratore non era calvo, nè mal pettinato; appariva anzi un bel giovane, non senza alcun che di femmineo negli occhi, nelle labbra e nel portamento. Era ascoltato con attenzione dai ministri; andava vestito come uno zerbinotto; i segretari di legazione dimenticavano i cavalli, le prime donne e le prime ballerine, per occuparsi di lui; e lui, questo zerbinotto, questo Demostene, quest'uomo di Stato in erba, dimenticava il banco dei ministri, trascurava le cifre del bilancio, per mandare di tanto in tanto un'occhiata assassina a lei; che ci voleva di più per colpire l'animo della marchesa Clementina?

Per qualche giorno la bella signora si crogiolò in una dolce malinconia, che era indizio in lei d'una passioncella nascente, e che le dava occasione di mostrarsi vezzosa in un altro modo, calando sugli occhi d'indaco le lunghe e morbide ciglia. Era nata nel suo cuore una certa curiosità profonda e tranquilla, che non somigliava punto a tutte le altre, mutevoli, impetuose e fugaci, di cui son seminati i giorni e rotti gli ozi d'una gran dama. Che cosa pensava di fare quell'uomo? Come avrebbe adoperato per avvicinarla, quel giovine uomo di Stato, che non era certamente un viaggiatore di salotto da potersi far presentare lì per lì, senza una ragione al mondo, ed anche dal primo che gli fosse capitato tra' piedi? Il vedere quel giovinetto, in certo qual modo già celebre, occuparsi tanto di lei, misuratamente e con discretezza alla Camera, liberamente e con assiduità di sguardo a teatro, non le dispiaceva mica, alla bella marchesa, annoiata da tante facili e quotidiane dichiarazioni a bruciapelo di vanagloriosi farfalloni; come non le era discaro di durarla un tratto colle lontananze, vo' dire con quel lavoro d'occhi e da lunge; fosse perchè cotesto la rifaceva di molti anni più giovane, fors'anco perchè le procacciava nuove occasioni a meditare per un'ora o due qual veste avrebbe indossata quella mattina al passeggio, o qual colore di stoffa le sarebbe tornato meglio quella sera a teatro.

Ma è detto che ogni bel giuoco dura poco; e la marchesa Clementina di Rocca Vignale, tanto assiduamente guardata, esplorata e contemplata dall'onorevole astronomo, incominciava a seccarsi del suo ufficio di stella. Perchè non si fa avanti? Sarebbe timido, per avventura? Poverino forse non sa a chi rivolgersi. Se potessi aiutarlo! Ma già, questi cavalieri che ci vengono intorno, son buoni a tutto, sempre disposti a servirci in tutto, fuorchè dove e quando ci preme.

Insomma, voi lo vedete, o lettori, colpita sulle prime da quella attenzione, poi diventata curiosa, la marchesa Clementina si era a poco a poco innamorata da senno, e quando si fu avveduta dello sdrucio che quel giovinetto di là dai trentacinque le aveva fatto nel cuore, lo confessò ella stessa, in un momento di necessaria espansione, ad una amica intima, confidente delle sue pene, la quale andò subito a rifischiarlo in una dozzina di salotti. Ariberti non le aveva ancora parlato, e quell'amore nascente, che poteva anche spegnersi in fasce, era già per le bocche di tutti. Della qual cosa po' poi non le importava un bel niente. Libera e padrona di sè, si godeva la superba gioia d'ignorare quello che altri dicesse alle sue spalle. C'era in lei un pochino della noncuranza di quelle matrone della Roma imperiale, tanto maltrattate da Svetonio, da Giovenale, da Persio Fiacco e da altri libellisti di quel tempo, le quali non sapevano, o non volevano sapere, che diavol fosse la pubblica opinione, e andavano per la loro strada, o viottola che fosse, sempre avanti, secondo i gusti e gli umori.

Spensierato del pari fu il nostro Ariberti con lei. Certe forme d'amore sono, per così dire, contagiose, e v'hanno donne le quali si amano ad un modo, come altre ad un altro, senza che la coscienza c'entri per nulla, e quasi per un tacito accordo tra il nostro cuore e l'istinto. Colto all'esca di tanta bellezza, la quale non chiedeva altro che di concedersi a lui, fu al solito, e pel solito spazio di tempo, l'uomo più felice della terra. Non vide che lei, non visse da quel giorno che in lei e per lei, amò a furia, si divorò avidamente la fama dei quattro o cinque discorsi che aveva recitati alla Camera, come un figlio di famiglia si sciala in brev'ora le dugentomila lire della eredità paterna; con isfarzo, con gusto, ed anco se volete, con un zinzino di filosofia pratica, ma poi?…

Ma poi, egli avvenne che il nostro innamorato si svegliò da quell'estasi al settimo cielo, e si trovò arnese logoro e quasi dimenticato, come il tizzo spento in fondo al camino d'un salotto, in cui si davano la muta ogni giorno quindici o venti scioperati suoi pari. Il risveglio fu lento e con parecchi tentativi di ritorno al sogno; cosa che a molti sarà accaduta, e riposando ed amando. Ma in fine, bisogna svegliarsi, tanta è la luce che penetra dalle imposte e tanto acute le voci con cui d'ogni parte vi chiamano le necessità della vita. Peccato! si sognava così bene. Eppure, è mestieri balzare dal letto, ficcare prosaicamente i piedi in un paio di pantofole e disporsi a fare tutto ciò che gli altri uomini fanno, vestirsi, radersi, asciolvere, annoiarsi, arrabbiarsi, stomacarsi, e va dicendo, proprio come il giorno antecedente, e come l'altro che verrà dopo, fino alla consumazione di quei pochi.

Una cosa, poi ch'ebbe riaperto gli occhi, una cosa non poteva mandar giù l'Ariberti. Come aveva egli potuto passar tanto tempo in mezzo agli sciocchi, e compiacersi di tante chiacchiere vuote di senso? In verità, più ci pensava, e meno gli veniva fatto di capacitarsene. Eppure, per tutto quei tempo egli non era mica stato colla benda sugli occhi e le orecchie turate! Ma già, tutte quelle stonature s'erano confuse per lui nella grande armonia dell'amore, come gli atomi danzanti nell'aria si confondono nella luce del sole.

Ma il sole ci ha i suoi riposi, pur troppo, ed anche l'amore ha i suoi opachi intervalli, come il palpito fosforescente delle lucciole. E le ombre vennero dopo quella gran luce; calavano lente, e gli occhi di Ariberti ebbero il triste benefizio d'un crepuscolo, che gli consentì di vedere come tutto gli si facesse squallido intorno, e come quella donna non fosse così sua, tutta sua, quale ei l'aveva veduta, o sognata.

La marchesa era sempre circondata da uno sciame di cavalieri, che sulle prime non davano troppa molestia ad Ariberti. Li considerava farvalle e calabroni, alianti e ronzanti intorno alla rosa, con insistenza bensì, ma senza pericolo, ma pronti a sparpagliarsi qua e là, ogni qual volta egli, ape privilegiata, s'accostasse al calice odoroso del fiore. Per dirla meno poeticamente, ma con più verità, gli parevano sciocchi, senza importanza veruna, e fino ad un certo segno gli tornava caro il vederseli dattorno e il dissimularsi in mezzo a costoro. Per altro, taluno di essi avevano troppa dimestichezza colla marchesa Clementina. Cortesi, amabili sempre con lei, lo erano tuttavia in una certa forma e con una galante disinvoltura, che non hanno sempre i signori aspiranti. Che fossero giubilati? Il dubbio attraversò una volta lo spirito di Ariberti, e da quel giorno non ebbe più pace. Perchè non se li leva da' piedi?—pensava egli tra sè.—E perchè ci stanno essi, con tanta amabile filosofia, senza impeti e senza rancori, fuochi che non divampano mai e che pure non accennano a spegnersi? Essi sono qui, in apparenza come ci sono io, a corteggiare la marchesa. Ma io, ardo, essi no; io sono un vulcano, ed essi… sarebbero vulcani in riposo?

Ariberti, come mi sembra di aver già detto, e come, del resto, lo avrete già riscontrato ne' fatti, non conosceva misura, e dopo aver tormentato a lungo sè stesso con quel suo dubbio increscioso, doveva anche tormentare un pochino la dama. S'intende che diede alle sue domande, la forma meno ruvida; ma infine, certe domande, temperate o no nella forma, sono sempre impertinenti nella sostanza. Ed egli, appena il dado fu gittato, ben se ne avvide alla cèra con cui furono accolti i suoi dubbi dalla marchesa Clementina.