La lotta veniva diritta, ma era così amichevolmente data, e poi Filippo Bertone era un uomo di tal levatura (privilegio naturale, pur troppo, e a cui nessuna legge potrà mai dare lo sfratto) che il signor farmacista si messe a ridere. Cionondimeno, quell'ostinato non volea darsi per vinto.
—Capisco;—diss'egli;—capisco tutto… Ma una lezioncina al cavaliere Ariberti, a questo liberale che fa l'aristocratico…
—Eh via! signor Prospero; queste… cose lasciamole dire ad altri, o sciocchi, o cattivi, o l'una cosa e l'altra appaiate. Ariberti non è un aristocratico; o piuttosto lo è, sì, ma come voi e me, che non andiamo dal Pinta, a trincare e bestemmiare col primo che capita, ma ce ne stiamo in casa nostra a studiare, per tenerci al fatto di tutto ciò che esce di nuovo, per me in materia di fisiologia e di patologia, per voi in materia di chimica farmaceutica.—
Il signor Prospero non si dolse del paragone e non isgradì quello studio di chimica farmaceutica, che per lui si ristringeva a qualche partita a tarocchi, nella parte più riposta della sua dotta bottega.
Perciò si rimise in tasca la lezioncina che avrebbe voluto dare all'onorevole Ariberti, non senza ridere ancora una volta d'un grazioso paragone del signor Filippo, al quale il voler cambiare da Ariberti a Montiglio, per vendicarsi del primo di loro, o per dargli una toccatina, facea ricordare la bella impresa di quel brav'uomo che s'impiccò per far dispetto a sua moglie.
Venuto il giorno della prova solenne, Ariberto Ariberti uscì eletto al primo scrutinio, senz'altro aiuto fuor quello delle buone ragioni. Per molti elettori, poichè si ha a dir tutto sinceramente, le buone ragioni erano il meno, e la condiscendenza al desiderio di casa San Ginesio era il più; ma siccome da quella casa non erano usciti ordini, nè raccomandazioni che arieggiassero il comando, può ammettersi il ragionevole ossequio degli elettori campagnoli tra le cose lecite ed oneste, e gabellare la rielezione dell'onorevole Ariberti tra le più nette di quella nuova legislatura.
Proclamato vincitore, il nostro Ariberti avrebbe dovuto, secondo ogni norma di convenienza, recarsi a visitare la marchesa di San Ginesio e ringraziarla in pari tempo dell'aiuto liberalmente dato alla sua candidatura. Ma quantunque ci pensasse due o tre giorni su, e fosse convinto che tale era l'obbligo suo, pure non gli diè l'animo di farlo.
—Scusami, e trova il modo di scusarmi presso la signora marchesa;—disse Ariberti a Filippo Bertone;—io l'ho troppo amata in illo tempore e mi sentirei oggi troppo ridicolo, presentandomi a lei. Già, con te, vecchio amico, si può parlare alla libera e col cuore in mano…
—Ma sì, certamente.
—Or bene, dunque, Filippo mio, lasciatelo dire; io t'invidio.—