Filippo Bertone, a quelle parole del suo amico d'adolescenza, si fece in volto del colore che sapete. E non volendo ammettere, e non sapendo negare, tentò di sviare il discorso.
—Uomo debole!—diss'egli, mettendo amorevolmente le mani sulle spalle di Ariberti.—Non hai la tua stella polare a Torino?
—Sì, è vero;—rispose Ariberti con impeto, ma reprimendo in pari tempo un sospiro.
Il suo pensiero, infatti, ricorrendo a Clementina, tornava altresì alle lettere che aveva aspettato e che non aveva ricevuto. Che cosa importava di lui alla bella marchesa di Rocca Vignale? Lontano dagli occhi, lontano dal cuore; il proverbio aveva proprio ragione. Inoltre, Clementina avrebbe potuto avvicinarsi anche lei, in quella occasione, al teatro della lotta elettorale, poichè possedeva per l'appunto un castello nelle Langhe, dov'egli avrebbe anche potuto dare una scappata, senza allontanarsi troppo dal suo collegio. Ma la signora marchesa, mentendo al suo casato, amava assai poco la campagna. Il suo castello era una bicocca, diceva lei: senza nessuna comodità per andarci e nessuna per abitarci; poi, quella gente zotica sempre dattorno; i dialoghi obbligati col castaldo e col parroco; la civiltà rappresentata solamente da un brigadiere dei reali carabinieri… no, no, la marchesa di Rocca Vignale amava meglio restarsene a Torino, a cantare nella vuota città i treni di Geremia, e ad aspettarvi l'occasione di qualche gita a Parigi, o ad una delle tante città di bagni (e di seccature) che sono le oasi estive dei viaggiatori, nel gran deserto d'Europa.
S'intende che, per questo capriccio della marchesa, anco Ariberti aveva rinunziato alla vita dei campi, che amava pur tanto e che gli sarebbe tornata così utile, per ristorarlo dalle fatiche e dalle molestie di tutto l'anno. Quid foemina possit! Già, per una donna amata si fa volentieri ogni sorta di sacrifici; ma il nostro Ariberti non potea rattenersi dal pensare talvolta, che qualche sacrificio scambievole non avrebbe mica guastato.
Quella considerazione, inedita sempre, unita ai dubbi, alle gelosie che ho già detto, era un assiduo rammarico, un cruccio implacabile, che bastava ad avvelenare tutte le gioie del nostro innamorato. Il quale, riconfermato onorevole, tornò finalmente a Torino, augurandosi una lieta accoglienza, a conforto di tante noiose giornate. E l'ebbe, infatti, più lieta e più affettuosa che egli non ardisse sperare, per modo che fu ad un pelo di caderle a' piedi e domandarle perdono di tutti i suoi vani timori, di tutti i suoi ingiuriosi sospetti.
Quanto al carteggio, che era stato così poco vivo da parte sua, la marchesa ci aveva un sacco di ragioni e sette sporte. «Del resto (conchiudeva, dopo averle sciorinate tutte), che cosa volete farvi de' miei scarabocchi? Non sapete voi l'essenziale?»
«E vada per l'essenziale!» pensò Ariberti che non l'aveva mai veduta così tenera, neanche nei primi giorni dell'amor suo.
Il lettore vecchio e scaltrito fiuta già un piccolo tradimento in queste tenerezze della marchesa. Ma io debbo affrettarmi a disingannarlo. Qualcosa veramente c'era, e questo qualcosa assediava la piazza coll'ardore dei venticinque anni e col luccichio d'un paio di spalline d'oro. Ma la piazza, quantunque avesse a che fare coll'artiglieria, non aveva capitolato; la dama si era contentata di lasciar dire, di stare a sentire, e ci si era divertita un mondo. Piacere d'odalisca, o di monaca, che dalle grate del suo serraglio sogna i romanzetti di fuori via, senza mettersi alla prova di tesserli!
Una cosa, per altro, è da ammettersi: che ad Ariberti un pochino d'assenza giova molto, nell'animo della marchesa. Egli veramente credeva l'opposto; ma non era così, e le tenere accoglienze di Clementina glielo avevano dimostrato. Chiederete come andasse la cosa; ma il dirvela come la sento mi condurrebbe troppo in lungo, e con danno della mia riputazione, perchè anzitutto dovrei esporvi la teorica della giusta misura dei cibi che vengono a noia, anche quando siano pernici, e dei necessarii riposi che dobbiamo, concedere al cuore come al palato; tutta roba da tirarmi addosso le maledizioni delle anime sensitive, le quali non vogliono vedere nell'amore un fatto fisiologico, soggetto alle medesime leggi che governano tutte le manifestazioni della vita in questo povero mondo.