Dirò invece, andando per la più spiccia, che il mio Ariberti era opprimente in amore, e che la donna amata da lui poteva di tanto in tanto sentire il bisogno di rifiatare. La società non vuol più saperne dei Werther; anzi soggiungo, pensando alla signorina Carlotta, che la società non li ha amati mai, e c'è voluto tutto l'ingegno di qualche scrittore coi fiocchi per farli piacere dopo morti. Ragazzi, badate a me, non vi gettate alle esagerazioni; siate misurati nelle cose del cuore e padroni di voi medesimi: cansate le dimostrazioni d'un amore eccessivo, come il diavolo, secondo si narra, suol cansare l'acqua santa.
So bene che il mio consiglio piacerà poco, anzi non piacerà affatto a nessuno, e segnatamente alle donne. Sono esse difatti che interrogate lì per lì, vi diranno di voler tutto, o nulla. Ma queste son chiacchiere, e se volete, anco galanterie; ma guai a pigliarle in parola; si ama con furia, come il cuore vorrebbe, e si diventa stucchevoli. Misura, dunque; calor di parole, non dico di no; anzi, chi più ne ha ne metta, perchè fa in amore l'ufficio medesimo delle carote tostate nel brodo, che gli danno buon colore, e non gli mutano il gusto. Essendo, com'io v'auguro, più padroni di voi medesimi, non commetterete tante di quelle corbellerie che vi fanno diventar noiosi, o ridicoli, e non vi guasterete coi bollori quella cara vernice di gentilezza, che entra per due terzi nel pregio della maiolica umana. Son chinesaggini, lo so; anche a me parvero brutte, quando avevo vent'anni; ma ora ho capito che tutto è fragile quaggiù, e che il «posa piano» di rigore potrebbe scriversi a lettere di scatola su tutta la crosta del globo.
Se mi sente Filippo Bertone sono un uomo spacciato. Ma Filippo fa eccezione, perchè… volete saperlo? perchè ha trovato un'altra eccezione. S'incontrano di questi uomini e di quelle donne pel mondo, come trifogli di quattro foglioline pei prati. Ma dite, non le vi paiono stranezze? I Greci, quando s'abbattevano in alcuna di tali figure, la mettevano subito nel Pantheon e le rendevano onori divini, ma dopo averle assottigliate ben bene le estremità; perchè, secondo loro, gli Dei radevano qualche volta il suolo co' piedi, non lo premevano mai.
Lasciamo dunque Filippo Bertone e la marchesa di San Ginesio nel loro
Olimpo, e parliamo di cose terrene.
Il nuovo Parlamento era fatto. Ma le elezioni erano tornate fatali al ministero riparatore, un po' perchè non aveva riparato a niente, e molto perchè gli avversarii suoi avevano dalla loro quasi tutte le autorità provinciali, sempre più tenere del vecchio che del nuovo gabinetto, il quale era venuto su d'improvviso e non affidava nessuno della propria stabilità. L'onorevole Ariberti veniva per tal modo a trovarsi in un bivio curioso, tra un ministero pencolante di amici suoi, che non lo potevano patire, e che lo avevano in più modi offeso, ed una numerosa schiera di vecchi avversarii, che, disponendosi a rovesciare il ministero, incominciavano a lisciar lui, per farsene un alleato.
C'era, come i lettori ben vedono, da aver occhio alla penna. Ma il nostro Ariberti non doveva impensierirsene troppo, perchè, una settimana dopo il suo ritorno in Torino, già aveva altro per il capo. Ad una delle prime veglie della marchesa di Rocca Vignale, si era veduto tra i piedi un nemico, quel tale ufficialino che sapete, e che pareva esser là in casa sua. Forse era effetto di giovanile jattanza, fors'anco la gelosia faceva travedere Ariberti; ma così parve al nostro onorevole, e la sua pace andò in fumo.
L'ufficialino era biondo, bello, e tutto l'altro come il re Manfredi, salvo la cicatrice sulla fronte. Non era un'aquila, ma aveva ingegno quanto basta per vivere nel bel mondo e di quella tal qualità che piace meglio alla gente. Era di belle maniere e tratto tratto sapeva anche dire una cosa spiritosa, o sua o d'altri, spiegare una sciarada, suonare una polka sul cembalo, e dirigere una contraddanza.
All'occorrenza, cantava anche, con una vocina da tenore e con garbo veramente singolare. Per giunta, lo dicevano un prode soldato, e il generale comandante dell'arma ne teneva di conto.
O perchè non se ne stava egli tra i suoi? La signora generala non aveva dunque più occhi, da lasciarlo andare randagio a quel modo, come il leone in busca? Sicut leo rugiens quaerens quem devoret, dice la Scrittura. Imperocchè, così doveva essere, non altrimenti. Quel biondo e bello artigliere «che pareva Gabriel che dicesse: ave» scorreva la campagna per provare i tiri di rimbalzo, radenti e ficcanti, del suo repertorio.
Immaginate che rabbia fosse quella di Ariberti, quando si vide quel giovinetto per la seconda volta tra' piedi; rabbia tanto più concentrata, in quanto che il nostro innamorato doveva, come suol dirsi, inghiottire amaro e sputare dolce. Difatti l'esperienza gli aveva insegnato, sebbene un po' tardi, a dissimulare la gelosia, brutto male, peggio dell'itterizia, la quale vi tinge il volto di giallo, mentre la gelosia, ve lo tinge di scimunito. E doveva starsene lì fermo impassibile, sereno, e sapere anche all'occorrenza negare l'interno struggimento come il fanciullo spartano, a cui la volpe rubata stracciava le carni coi morsi. Un brutto impiccio, non è egli vero? Ma già, con quel maledetto viscere tra le due ali del polmone, che non vuol mai obbedire al cervello, come si fa? Bisogna recarsi in santa pace i tormenti ed augurarsi che non diventino insopportabili addirittura. E frattanto, addio severa allegrezza delle opere forti; addio estasi dei concepimenti sublimi; si va a far le pazzie del cuore, si torna ragazzi, ma pur troppo senza averci più le inconsapevoli attrattive e le facili risorse dell'età giovanile.