Or dunque l'onorevole Ariberti era costretto a godersi quella cara compagnia, o concorrenza, come la chiamerebbe un mercante, o ridosso, come la direbbe un bottegaio. E il gentile alunno di Marte appariva così tenero, cascante e vezzoso, che la stessa marchesa di Rocca Vignale, assuefatta a simili svenevolezze, e donna da non disdegnarle, ne era impacciata non poco. Ella non riusciva ad intendere se Ariberti si fosse avveduto e ingelosito di quelle adorazioni; lo sospettava, vedendolo così rattenuto, ilare in vista e cortese, ma sempre in guardia contro sè stesso; ed era naturale che volesse sincerarsene, temendo che da un momento all'altro gli morisse sulle labbra quel sorriso sforzato e che egli ne facesse qualcuna delle sue.

Per altro, non c'era pericolo che il nostro eroe uscisse per allora dai gangheri. Certo con vent'anni di meno, avrebbe dato nei lumi, tirato verbigrazia in disparte il suo uomo per dirgli chiaro e tondo: Signore, qui non c'è posto per due: vogliamo giuocarcelo? Ma a quarant'anni, e con tutta l'esperienza di questa rispettabile età, gli era un altro paio di maniche. Il sangue ribolliva nella caldaia, ma la ragione invigilava al coperchio, ricordandogli ad ogni istante com'egli non dovesse, con imprudenti sfuriate, far torto al buon nome della marchesa, nè alla sua propria dignità, e come egli fosse invece il caso di stare in cervello, di avere un occhio al cane e l'altro alla macchia.

E studiava, il pover uomo; oh, se studiava! sulla leggerezza delle donne e sulla melensaggine degli uomini. Nè io starò a ripetervi tutti i pensieri che si succedettero nella sua mente, perchè voi già li indovinate, e perchè essi non sono necessarii allo svolgimento della mia storia. Tutti questi monologhi si rassomigliano in cotesto, che non concludono mai e non cavano un ragno da un buco.

Ora siccome la tranquillità dello spirito non si può fingere a lungo, e spesso avviene che la maschera pesi sul volto, l'onorevole Ariberti incominciò ad amare la solitudine, e trovava sempre qualche pretesto per vedovare della sua presenza le conversazioni della marchesa. Per contro, nessun mutamento essenziale nelle consuetudini di lei, che era sempre quella di prima, un po' vana, ma contenta, di possedere il suo schiavo e di vedere come l'impero della propria bellezza su lui non fosse scemato. E in quelle ore di cielo, in mezzo a quelle estasi che egli avrebbe voluto eterne, il povero schiavo si sentiva qualche volta arcanamente turbato; e la guardava fisso negli occhi, come per rintracciarvi un'immagine diversa dalla sua; e lo assaliva un fiero desiderio di stringerla, di soffocarla quasi, perchè avesse a confessare… Che cosa? Non era egli per avventura un po' matto?

CAPITOLO XXI.

In cui si sciorina la teorica delle lune.

Così voleva e disvoleva, dubitava, credeva e tornava a dubitare, amando quella donna con una veemenza che sentiva del feroce. Gli amori in cui entrano i sensi per la massima parte, son tutti così. Lo spirito ci avverte di stare in guardia, e si affanna a trovar sempre nuove cagioni di sospetto, che disgraziatamente nessuna logica è più buona a distruggere; ma la bellezza ci attrae, c'involge, ci penetra fino al midollo, nè troviamo più modo di riaverci, di esser padroni di noi. Ed era così bella costei, con quella testolina briosa, quel collo di cigno, e quelle forme flessuose! La serpe lo aveva chiuso nelle sue spire ed egli ne sentiva il fascino; si dibatteva impaurito, e non avrebbe osato spiccarsene. Pure, non era mica la donna sognata da lui a mente libera, la donna amante ed austera, nella cui dignità potesse giurare e nel cui affetto fidarsi come in cosa di cielo. Dio immortale! Ma perchè si era egli abbattuto in costei? E innamorato pazzamente, sdegnoso e raumiliato ad un tempo, fremeva dentro di sè, non volendo confessare la sua debolezza, che pure gli traspariva dagli occhi.

Povero martire di sè medesimo! Io che non gli voglio un bene sviscerato e non lo adulo punto, come avete veduto, ma che mi curo di lui come il medico dell'ammalato, a cagione della malattia, lo compiango sinceramente e dal profondo dell'anima.

La tortura andava per verità un po' troppo in lungo. Il rivale gli era sempre tra' piedi. Inoltre, un nuovo dubbio si aggiungeva, per dar noia ad Ariberti. Giudicatene voi. Che il biondino si trovasse in tutte le feste a cui andava la marchesa Clementina, si capiva, perchè non erano molte e il bel mondo torinese non era così ricco di numero, da potersi rinnovare ogni volta, come l'uditorio di un teatro di Parigi o di Londra. E a proposito di teatri, era anche naturale che l'ufficialino si trovasse al Regio, in quelle sere che la marchesa di Rocca Vignale soleva essere nel suo palchetto. La cosa poteva piacer poco ad Ariberti, che doveva vederselo ogni volta da fianco, visitatore importuno, ma in quel fatto non c'era niente d'insolito, e il nostro geloso doveva portarselo in pazienza. Ma qualche volta la marchesa Clementina andava al D'Angennes, al Gerbino, o ad altro teatro di prosa, non pigliando norma che da un capriccio passeggero, o da un invito di Ariberti, che aveva l'arte di non farne mai un giorno prima. E andava col cuor contento, il nostro eroe, in quei teatri di second'ordine, perchè là, grazie al cielo, non li avrebbe seguiti quell'altro. Ma no; finiva il second'atto, e una mano traditora apriva discretamente l'usciolino del palco. Chi era? Lo indovinate alla prima; il biondino, sorridente, amabile, e carico per soprappiù di notizie del mondo elegante, che piacevano tanto alla marchesa Clementina; mentre lui, Ariberti, non ci aveva che i ragguagli della Camera, e la marchesa da qualche tempo non s'occupava più di politica.

Una, due, e andiamo là, fino a tre volte, pensò che quelle apparizioni fossero opera del caso. Per altre due o tre, immaginò che il giovinotto, non vedendo la marchesa al Regio, facesse la ronda in tutti gli altri teatri. Da ultimo sospettò che ci fosse un'intesa tra i due. Il proverbio gli diceva che a pensare il peggio ci s'indovina di sicuro. E allora soggiungeva tra sè: la donna è fatta così; di due uomini ne inganna sempre uno. Io sono il primo per ordine di tempo; di certo inganna me. Saranno scherzi, ammettiamolo; ma sono scherzi pericolosi. Ah, qui ci vuole un rimedio, e bisognerà giocare d'astuzia.