Ne aveva pensata una da maestro; ma era un poco grossa, e il nostro Ariberti, che amava il giuoco onesto, non poteva risolversi a mandarla ad effetto. Intanto, alla Camera si preparava una battaglia campale, ed egli ci si buttò a capo fitto, sperando di trovarci qualche giorno di oblio.
Il Ministero non si reggeva; troppi erano e compatti gli avversari; gli amici, parte disanimati, parte titubanti e si temeva che avessero a girare nel manico. Ariberti ebbe pietà degl'ingrati, e, colta l'occasione a volo, improvvisò un discorso, in cui versò a piene mani la passione, l'ironia, il sarcasmo, la veemenza, il calore ond'era tutto compreso. Rianimò i timidi, fulminò i traditori e gli ambigui, rinfacciò agli avversarî la loro politica fiacca e la loro amministrazione partigiana, opponendovi quella del ministero liberale, che non aveva dato un passo sulla via dell'arbitrio, che non aveva rimosso un pubblico ufficiale, anche sapendolo ligio ai suoi nemici e loro fido strumento nelle elezioni generali, bastandogli il conforto della sua coscienza, unico usbergo contro le male arti avversarie ed unica sicurtà che amasse dare delle sue intenzioni al paese. Efficacissimo nel dipingere i mali che l'amministrazione cessata aveva cagionati, fu semplice e schietto nello esporre quel po' di bene che il ministero s'era ingegnato di fare; virile nelle accuse, e femmineo nel movimento degli affetti, ebbe lampi di meravigliosa eloquenza nella sua perorazione, scosse l'assemblea, infiammò le tribune, e la maggioranza dei voti suggellò il suo trionfo nella vittoria del ministero, che ancora il giorno avanti si riteneva spacciato da tutti.
Per qualche giorno l'onorevole Ariberti tornò ad esser l'eroe del campo parlamentare. I ministri, che egli aveva così efficacemente sostenuti, sentirono l'obbligo di mostrarsi cortesi verso colui che poteva ben dirsi il loro salvatore. La gratitudine, si sa, non è la prima, nè la più coltivata, tra le virtù degli uomini, e segnatamente degli uomini politici. Ariberti non lo ignorava, egli che in un punto notevole del suo discorso si era anzi affrettato a chiarire la sua posizione di aiutatore spontaneo e senza secondi fini. «Io non sono (aveva detto) l'amico dei ministri; odio gli ingrati, odio gli immemori dei servigi che questi uomini hanno reso, in tempi difficili come i nostri, alla patria. Se fossero forti e sicuri del vostro voto, come lo sono della bontà della causa loro, tacerei, lasciando agli amici della ventura il gradevole ufficio di appoggiarli senza fatica; ma li vedo assaliti da una parte, mal difesi dall'altra, e sento rivoltarsi qua dentro la mia coscienza di uomo e di cittadino».
Queste parole, che avevano sapore «di forte agrume» e per gli avversari dichiarati e per gli amici tiepidi del ministero, non dovevano nemmeno riuscire troppo dolci per quest'ultimo. Sopratutto la frase «odio gli ingrati» era un'arma a due tagli, da cui i vecchi amici di Ariberti toccarono anch'essi la loro brava scalfittura. Donde la necessità riconosciuta di fargli carezze allora, e non solamente per lo aiuto inatteso che egli aveva recato, ma eziandio per quello che se ne potevano ancora ripromettere. E tutto questo egli faceva per bontà d'animo insigne, senza chieder nulla in compenso. Nessuna preghiera gli era stata fatta, nessun concerto era stato preso, nessun portafoglio offerto in extremis. Per dire la verità, non avrebbero neanche potuto farlo, senza aver l'aria di offrire a lui ciò che eglino stessi erano già in procinto di perdere.
—Ecco una buona pasta d'uomo;—dissero i ministri tra loro;—anzi una stupenda macchina da parole. Ci serve egregiamente per fulminare i nostri avversarii, e non ci domanda nulla per sè. Il meno che possiamo fare è di dargli un po' d'unto.
Perciò gli furono attorno a ringraziarlo, a fargli un subisso di proteste amorevoli; lo avevano sempre stimato un grande oratore; riconoscevano ora in lui un amico sincero; dicesse quel che voleva, consigliasse quel che credeva più acconcio; essi niente desideravano di più, che di seguire i suoi consigli, di fare il piacer suo in ogni cosa.
Ariberti parò modestamente quella raffica di complimenti, assaporò dietro di sè la sua gloria, ringraziò, promise che avrebbe fatto altrettanto alla prima occasione, e se ne andò, disprezzando un pochino di più i suoi vecchi amici in particolare e gli uomini in generale, ma con quel filosofico disprezzo, scevro d'ogni amarezza, che si concilia così bene colla soddisfazione interna dell'uomo ossequiato.
Quel giorno ed altri parecchi, il trionfo oratorio di Ariberti e la vittoria del ministero furono il tema di tutti i discorsi. Nel salotto della marchesa Clementina si andava a gara per inchinare il Demostene, il Marco Tullio redivivo. La signora evidentemente godeva di quelle incensate che si davano al suo onorevole amico, e per tutta una sera non ammise che si parlasse d'altro fuorchè di politica.
Così voleva la moda. Anche il cembalo tacque, e l'alunno di Marte dovette rassegnarsi a far la figura di un satellite di Giove.
Il trionfo di Ariberti era pieno; dopo gli evviva delle moltitudini, ci aveva ancora il sacrifizio in Campidoglio, e la vittima.