La sera, l'ufficialino doveva andare dalla marchesa per provare la musica. È naturale, quando la musica c'è, bisogna provarla. Ma quella sera la marchesa Clementina ci aveva i nervi e la musica dormì sul cembalo. La conversazione languiva, e il giovinotto, che era un compito cavaliere, dopo una mezz'ora di chiacchiere, in cui non aveva lasciato trapelare il menomo malumore, si accomiatò. Ariberti, che era presente, fu grato a lui della partenza, a lei del mal di nervi, che gli era parso simulato; per altro, quando vide che la signora stava grossa con lui, tornò a fare quello che aveva fatto nel giorno, ripigliò il cappello, e via, un'ora prima del solito.

—Evidentemente il torto è mio;—-pensava egli, scendendo le scale.—Il giovinotto è più gentile e più tranquillo di me, e Clementina non tralascerà di farne il raffronto a mio danno. A mio danno, capite? perchè io non ci ho il cuore in pace, come quell'altro. Non c'è che dire; le donne non amano gli innamorati per davvero. Li vogliono amanti, sì, ma riveduti, corretti e passati allo staccio della galanteria.—

E si adirava, così pensando, ma senza un costrutto al mondo. Romperla non voleva, piegarsi non sapeva; e frattanto si beccava il cervello. Ma da quel giorno incominciò a non veder più così brutti i consigli del tentatore, e ciò che prima gli sarebbe parso una viltà, venne a parergli uno stratagemma, degno di Annibale o di Giulio Cesare.

Il ministero ebbe il suo oratore per niente o quasi meno di niente. Figuratevi che a fare dell'onorevole Ariberti un ministeriale fradicio, bastò… mi vergogno a dirlo… bastò… insomma, poichè la debolezza è sua e la verità non si deve tacere, dirò chiaramente che bastò un cambiamento di guarnigione.

Infine, o che male c'era? Il leggiadro alunno di Marte non insidiava forse la sua pace? E non aveva forse veduto che il posto era preso? L'andava dunque da galeotto a marinaro. Quegli aveva scavato la mina, ed egli la contromina. Non si trattava adunque d'altro, che d'una astuzia di guerra. Almeno, il nostro eroe la gabellava per tale, forse per soffocare il rimorso.

Del resto, se è vero che è bene quel che riesce bene, nessuna cosa potrebbe dirsi migliore di quella perchè fu fatta con una prontezza singolare e non diede argomento a sospetti. E tuttavia Ariberti non aveva la coscienza tranquilla; di guisa che volle sentire l'opinione del suo amico Filippo, la cui rettitudine andava di pari passo colla umanità, nel senso antico, e dirò così, terenziano del vocabolo.

—-Male,—gli disse Filippo, appena ebbe udito il bel colpo del suo vecchio compagno;—tu hai commesso… scusami, sai?…

—-Oh, dillo pure liberamente, una viltà. Me lo aveva già detto la mia coscienza.

—Vedi? E il peggio si è, che ne commetterai delle altre.

—Oh, questo, poi…