—Sì, pur troppo, senza avvedertene e per avertene a pentire dopo il fatto. Perchè il male, amico mio, sta in questo, che ella non era donna per te, come tu forse non eri uomo per lei. Vi siete veduti e amati a occhio, senza conoscervi addentro l'un l'altro. Ora io penso che a questo modo possano incontrarsi benissimo le comete, ognuna delle quali ha poi da seguitare la sua strada, non due creature umane, che hanno da vivere insieme la bellezza di tante giornate, e, se Dio vuole, anche di tante olimpiadi. Siete troppo diversi d'indole e di consuetudini; io lo aveva già indovinato. Tu hai forse ragione a lagnarti di lei, che non si mostra austera come tu la vorresti; ma volta la carta, come dice il giuoco de' bambini, e vedrai che ella non ha tutti i torti, se pensa che tu non ti pieghi alle sue consuetudini e non ti fai abbastanza giovane per lei.

—Pur troppo non lo sono più!—disse Ariberti sospirando.

—Non è in questo senso, che io adoperavo il vocabolo. Dicevo che tu non hai voluto, o saputo, inchinarti alla sua misura, acconciarti alle sue abitudini. Amico mio, la donna e l'uomo non sono già due mulini che possano macinar sempre amore, per tutte le ventiquattro ore del giorno. I cuori, più particolarmente incaricati di questo gratissimo ufficio, hanno mestieri delle loro fermate; e i loro padroni, oltre il nutrirsi e il dormire, fanno altre cose parecchie nel mondo. Tu, per esempio, fai il deputato, ed essa fa la gran dama; tu hai l'ambizione, che è la vanità delle cose reputate grandi; essa la vanità, che è l'ambizione delle cose credute piccole. Dimmi su; oggi, dopo qualche anno di incontrastato possesso, sei tu forse quello dei primi giorni? Vivi al suo fianco, ti sente ella vicino a sè, dovunque ella vada e qualunque cosa ella faccia? Capisco che quello era un gittar via il tempo alla grande; ma infine, tu non lo perdi più, come prima.

—Sicuro!—notò con amarezza Ariberti.—C'è un altro che lo può perdere… se pure è vero che lo perda.

—Ma! che debbo dirtene io? Pur troppo la va così. La dama vorrà bene mettere a frutto le sue ore bruciate. E quando tu non fossi più… quel che sei, e fosse un altro, un successore, in tua vece, credi pure che gli accadrebbe lo stesso; e così via via ad altri parecchi, fino all'ultimo della discendenza, sotto il cui regno stracco se ne partano i grilli dal capo, e sottentrino altre cure, od altre debolezze.—

Al nostro geloso quella diagnosi amatoria piaceva poco, quantunque la sentisse in cuor suo profondamente vera. Tutta quella fila di successori gli dava maledettamente sui nervi, come a Macbeth la discendenza di Banquo, veduta attraverso lo specchio magico, nella caverna delle streghe.

—Parli per tua esperienza?—chiese egli, con accento da cui traspariva l'umor piccoso della bestia.

Filippo lo guardò un tratto nel mezzo degli occhi, come per sincerarsi se era lui che parlava, e se parlava da senno.

—Ecco una cattiveria;—diss'egli finalmente;—una delle male pieghe del tuo spirito.

—Eh via! L'hai presa sul serio? Ritiro la frase.