—Sta bene; ma sappi, a tua confusione, che le malattie morali, come le fisiche, io le studio sugli altri.—

Filippo aveva ragione. Il suo amico Ariberti, commessa quella prima viltà, ne fece altre ed altre in buon dato. Oramai sullo sdrucciolo c'era. Da principio gli parve di aver sospettato a torto, perchè la marchesa non si era punto turbata per quel fulmine a ciel sereno della partenza dell'artigliere. Ed anche questi era tranquillo, sereno, ilare, quasi; scherzava intorno al suo allontanamento da Torino, come avrebbe scherzato su d'una perdita al giuoco, che può dare un pochino di noia, ma che non deve offuscare lo spirito d'un gentiluomo. Gli rincresceva sicuramente della buona società a cui gli era mestieri di rinunziare; ma anche questo rammarico lo si vedeva cincischiato, lì, a fior di labbra, un po' per complimento, un po' per abitudine d'infilzar parole e tener vivo il discorso.

Così tranquillo, lui, quel vagheggino tutto vezzi, occhiate e sospiri! Ariberti non sapeva che pensare di tutta quella serenità; e ci fu un momento che gli passarono per la fantasia certi dubbi, di commedia, di tradimento, e che so io, donde la figura della marchesa Clementina gli usciva appannata non poco. Se non che, la simulazione si tradisce qualche volta, e l'umore dell'ufficialino, nei quindici giorni che rimase ancora a Torino, vedendo la marchesa coll'usata frequenza, non lasciò trasparire nessun mutamento. E allora i sospetti si dileguarono; Ariberti si persuase davvero di aver preso una cantonata.

Ma ohimè, come potete argomentare, i suoi mali non erano finiti; anzi, se debbo dirvela schietta, erano a mala pena incominciati. Rimosso il primo pericolo, ne sopravvenne un secondo. È nell'indole del secondo di venir sempre dopo il primo, come è in quella del primo di presupporre mai sempre un secondo. Ora, il secondo pericolo di Ariberti fu un celebre tenore, che faceva andare in visibilio la gente e stemperarsi per dolcezza infinita il sesso più debole. Non bastò che il tenore mandasse Clementina in broda di giuggiole col suo «A te, o cara, amor talora» dai lumi della ribalta; fu mestieri che, grazie all'esempio dato dalle più audaci regine dalla moda, il gentil Puritano andasse a ripetere i suoi prodigi un po' più da vicino, e proprio nel salotto della signora marchesa.

Come seppe di quell'invito, l'onorevole Ariberti perdette il lume degli occhi e fece uno sproposito. Vo' dire che le rimproverò l'ammissione del cantante in sua casa; e, poichè era avviato, non tacque il dispiacere che gli cagionavano tutti i farfalloni che ella riceveva di continuo, tutti gli adoratori che ella degnava di uno sguardo e via discorrendo, come coi chicchi del rosario. E avendo ella risposto tra l'altre cose che il bello è il bello e deve piacere a tutti, al nostro geloso gli venne sulle labbra il nome di certa imperatrice romana, che doveva aver detto, o pensato, qualcosa di simigliante.

Maledetta erudizione! Non hanno mica torto le donne a non volersi impacciare coi dotti.

La marchesa Clementina, che ci era cascata, rizzò a quelle parole la sua testolina di serpe, e con voce sibilante dallo sdegno, saettò sull'impertinente una frase, che sapeva un po' di francese, ma più ancora di pepe.

—Siete un miserabile.—

CAPITOLO XXII.

Nel quale è dimostrato che a quarant'anni non se ne hanno più venti.