—Animo, via,—interruppe Clementina;—non parliamo più del passato. Voglio vedervi d'ora in poi ragionevole; a questi patti io sarò sempre quella di prima.—

Così, com'io ve l'ho raccontato minutamente, l'onorevole Ariberti, bambino quadragenario, rientrò nelle grazie della marchesa, e ridivenne il suo umilissimo servitore, anzi il suo schiavo negro, se mi consentite la frase. Visse a Rocca Vignale una trentina di giorni, ma senza curarsi gran fatto della bellezza dei campi e del cielo. Ogni bellezza era in lei. E laggiù, in quella solitudine, gli era sembrato di star bene, perchè quella donna doveva essere più sua che non altrove; ma, ben presto quei luoghi gli vennero in uggia, vedendo tutti gli uffici di castellana a cui la marchesa adempiva, e dovendo mandar dal profondo dell'anima a tutti i diavoli il sindaco, il parroco, il medico condotto e gli altri notabili della terra, che troppo spesso gli rubavano la sperata dolcezza degli amorosi colloqui.

Poi, si tornò alla capitale, e l'onorevole Ariberti si sorbì un altro poco di vita parlamentare. Si era per fortuna agli sgoccioli, e, poco dopo, la sessione fu chiusa. Cominciate le vacanze, nè la marchesa parlò di andare da capo nelle Langhe, nè egli si pigliò la briga di accennarvi, nemmeno alla lontana. Andarono in quella vece a certi bagni riputati di Francia, e il nostro eroe passò l'estate seguitando la signora su tutte le strade maestre di quel vicino paese, e dalla Svizzera per giunta, reggendo sul braccio uno scialle, e facendo il viso umano a tutti i segretari di legazione e addetti militari d'ambasciata, che per sua dannazione giravan in lungo ed in largo l'Europa. C'erano giorni che il poverino si credeva un marito e andava chiedendo tra sè in qual chiesa lo avessero gabellato per tale.

—Amico mio, siate ragionevole;—gli bisbigliava qualche volta Clementina, mentre si tornava in otto o in dieci da una di quelle corse, che egli avrebbe fatte assai più volentieri in due.

E bisognava esserlo; se no… Il mio onorevole eroe ci aveva ancora davanti agli occhi l'esempio salutare dei corrucci di madonna. Pensando al suo stato di cattività, qualche volta si compativa da sè; ma in di grosso, poi, si era avvezzato alla catena, e sgranocchiava i suoi giorni con quella apatica immobilità con cui un fachiro indiano avrebbe snocciolato i chicchi della sua coroncina di preghiere.

Così passarono gli anni. Come uomo, non era più giovane, ed aveva lasciato trascorrere la bella età in cui l'ingegno può dare i suoi frutti migliori. Rispetto alla politica, poi, si era contentato a rimanere in seconda linea, e tutto lasciava credere che si sarebbe poi rassegnato a passare in serrafila, anzi nella retroguardia, colle bagaglie. Qualunque cosa si faccia, bisogna amarla molto e non vedere che quella, per farla bene e derivarne un po' di gloria al suo nome. Ora il nostro eroe, che aveva cominciato coll'amar tante cose e col volerne abbracciare tante altre, non doveva riuscire eccellente in nessuna. Il cavaliere servente della marchesa di Rocca Vignale, studiava poco, e a sbalzi, che è la peggior forma di studio; accompagnava la signora a teatro, per rimanerci due o tre ore confinato in fondo al palchetto, mentre i galanti farfalloni aliavano intorno alla sua dama e si succedevano senza tregua nei posti migliori; viaggiava regolarmente quattro mesi all'anno, per vedere i soliti alberghi e le solite cravatte bianche, e far capo ai soliti magazzini di mode. Per farvela breve, la sua vita si ridusse ad essere la ombra di quella donna, non cattiva, ma vana; ambedue esemplari degnissimi di una generazione, che non ha fatto grandi cose e che non lascierà traccia di sè nella storia.

Talvolta si vergognava di quella sua vita disutile e sciocca, e borbottava una mezza protesta.—Amico mio,—gli diceva allora spietatamente la dama,—lasciate certi bollori alla gioventù; ricordatevi che avete già molti capegli bianchi.—

Ah sì, pur troppo, il guaio era quello; molti capegli bianchi. E come era egli giunto alla imbelle vecchiaia? Come aveva egli speso il suo tempo? Chiuso in un guscio, come la testuggine, foggiandosi attorno un mondo di piccole cose e di piccole consuetudini, vagando dall'una all'altra senza disegno, errando e pentendosi, vedendo il meglio ed appigliandosi al peggio, schiavo della fantasia che non aveva saputo sfruttare, indirizzandola ad una meta gloriosa e lontana, vittima del suo cuore, di cui aveva secondato la sensibilità morbosa senza saperla rinvigorire colla dignità del carattere, ricco d'ingegno e inoperoso, superbo e svogliato, uno dei centomila che partono pieni di baldanza dalla prima stazione e poi, per non aver misurate le forze, si stancano a mezza via e giacciono anelanti qua e là, su tutti i margini della strada. Insomma, non aveva saputo vivere come Filippo, che nell'amore e nello studio si era prefisso una meta e avrebbe potuto togliere ad impresa una bussola, col motto: aspicit unam; nè saputo imitare il filosofo giramondo, che sa il pregio mediocre della vita e la spende con giusta misura, viaggiando la buccia di melarancia su cui lo ha messo a vivere il fato, e rimpizzando il suo cervello di cognizioni, il suo cuore di sensazioni, il suo taccuino di note.

Vecchio! E non poter ritornare indietro! O non era dunque meglio finirla d'un tratto con una maturità disutile, e diventare decrepito a dirittura? Che cos'erano vent'anni di più, per un uomo giunto di là dai quaranta, e senza aver trovato la sua via? Il meglio lo aveva vissuto, non gli restava che il peggio.

CAPITOLO XXIII.