—E quale?

—Che il diavolo m'abbia giuntato. Scambio di farmi vivere una vita nuova; m'ha fatto perdere il tempo a riviver la vecchia.

—Mio buon amico, che farci? Alla tua età, come alla mia, il diavolo non suol più venire, per rimetterci un po' di zolfo nelle vene. Del resto, io non mi lagnerei del tiro; il mio passato lo rivivrei tanto volentieri!

—Beato te, Filippo, che hai preso di primo acchito la, strada buona! Hai lavorato indefessamente e sei diventato un uomo di vaglia; hai amato un donna che è stata il tuo angelo custode; non ti sei indugiato di qua e di là; mentre io…

—Mentre tu hai troppo fantasticato e meno operato. È poi un gran male quando i risultati hanno ad essere gli stessi? Te lo ha cantato Orazio, che la sapeva lunga: Omnes eodem cogimur; andiamo tutti ad una meta.

—Tu vuoi consolarmi,—notò Ariberti,—e dici quel che non pensi.

—Non guardar troppo nel sottile;—replicò Filippo, che si sentiva stretto tra l'uscio e il muro.—Dopo tutto, rispondi a me; riuscendo tutti ad un fine, non ci parrà forse a tutti di aver perduto una parte del nostro tempo in opere vane, e non ci dorrà a tutti di aver tralasciato di far la tal cosa e la tal'altra? Segno che questo granellino di sabbia lanciato nello spazio era ancora troppo grande per noi. E nota che lo va diventando sempre più a mano a mano che l'infinitamente grande e l'infinitamente piccolo ci svelano nuove parti di sè, e i materiali della storia, dell'osservazione e dello studio, si accrescono. Dunque siamo intesi, oggi tu sei a pranzo da noi?

—Ma… e non scrivi nessuna ricetta? La signora Zita ti piglierà per un medico da dozzina.

—Lascia fare. Ai rimedi penseremo più tardi. Del resto, ti tratteremo da ammalato. Il mio cuoco ci ha in testa tutto il ricettario di Galeno.

—Mio buon Filippo,—sclamò Ariberti, stringendo la mano del medico tra le sue,—almeno se la gioventù e gli amori sono volati via, l'amicizia rimane.