Sicuramente, lassù si parlava di lui. Nel volgersi che fece macchinalmente alcuni secondi dopo, si avvide che anche il marchese di San Ginesio aveva chinato gli occhi a guardarlo. Ariberti lo avrebbe liberato volentieri da quella molestia. A lui non premeva punto di destar l'attenzione del tiranno prima del tempo. Scellerato Candioli! Non poteva aspettare a metter fuori le sue indicazioni quando il tiranno sullodato fosse uscito di là?

Ma la tortura del nostro innamorato non era finita con quella guardata del marchese. Ariberti doveva bere fino all'ultima goccia il calice amaro della sua gloria. La conversazione intorno ai fatti suoi (che non poteva essere altrimenti con tutto quel lavoro di binocoli) era interrotta o conchiusa con una risata della signora. Il povero studente, impacciato come un pulcino nella stoppia n'ebbe una stretta dolorosissima al cuore. Come mai una dama di quella sorte, per solito così severa e contegnosa, dava in uno scoppio di risa? Imperocchè, non c'era da sofisticarci su, gli era stato uno scoppio; argentino, se vogliamo, ma l'epiteto non toglieva nulla al sostantivo. E proprio nel guardar lui; e proprio nel ragionare di lui!

Che diamine le aveva detto il cagnolino inglese? Forse si era fatto beffe de' suoi versi? O del nome di Nicolò mutato in Ariberto? O della sua qualità di provinciale? Comunque fosse, la sua vanità aveva toccato un colpo profondo; comunque fosse, poi, la bella e severa Giunone aveva dato in uno scoppio di risa, come avrebbe fatto la più umile, la più volgare tra tutte le donne di questo basso mondo, poniamo la signora Giuseppina Giumella, fiorista in via Doragrossa.

S'intende che tutti questi ragionamenti il nostro eroe non li faceva lì per lì dal suo sedile, ma per via, nel tornarsene a casa, torbido e sbuffante come una belva ferita che si ripara nel suo covo. Là, in teatro, fu solamente cruccioso e impacciato. Non volse più gli occhi al palchetto di seconda fila; anzi, rannicchiatosi nella poltrona, col collo tirato in dentro come le tartarughe e colle ginocchia alla sciamannata contro la spalliera della poltrona che aveva davanti a sè, rimase per tutto il rimanente dello spettacolo voltato dall'altra parte.

Giunone non si avvide di quel broncio terribile. Anche lei, come portavano le consuetudini della civil compagnia, dato al signorino quell'istante di attenzione che era consentito dal discorso, non aveva più posto gli occhi su lui.

La notte di Ariberti fu inquieta. Mulinò sul guanciale truci pensieri e propositi di arcane vendette. Voleva salire in fama, farsi amare da quella donna e poi disprezzarla, come aveva letto d'un eroe da romanzo; ma pensò con ragione che queste peripezie facili a svolgersi in una tela da romanzo, non lo erano del pari nella vita comune, dove le signore donne sogliono curarsi poco, assai poco, degli uomini illustri. Pei giovanotti, che si sono bene o male educati a questo culto, studiando il De Viris e la storia della letteratura, non c'è che dire, un grand'uomo è un grand'uomo; per le donne è tutt'altro; qualche volta, per esempio, è un noioso, e si sospetta generalmente che prenda tabacco.

Piuttosto, avrebbe dovuto darsi alla gaia vita, diventare uno zerbinotto, celebre per le sue avventure e per qualche elegante capestreria. Ma di questi Don Giovanni ce n'erano già tanti in ordine di marcia, che il nostro Ariberti correva il rischio di giunger l'ultimo, e quando non ci fosse stato più sugo a tentare l'impresa. Voleva una vendetta più spicciativa, lui; ma sì, pigliala! Tra l'altre belle invenzioni, pensò di non guardar più quella donna, di andare a farsi trappista, per raccontare la sua storia a qualche giramondo francese, il quale vi avrebbe tessuto un capitolo d'Impressioni; le quali sarebbero cadute sotto gli occhi di lei; la quale… Insomma, un monte di scioccherie, sulle quali si addormentò finalmente, ma per sognare di guardate superbe e beffardi scoppi di risa.

Il giorno dopo era venerdì, e quella sera il teatro Regio era chiuso. Giorno nefasto! Ariberti non si accostò nemmeno all'atrio dell'università; ingoiò dell'assenzio, bevanda de' forti, e scrisse a sfogo un centinaio di giambi. Venne il sabato e tutta la sua rabbia era smaltita; non gli era rimasto nel cuore che un dolor sordo, che io paragonerei volentieri a quello del mal di denti quando è per andarsene, se non temessi di farmi mettere al bando dalle anime innamorate. Quella sera il teatro era aperto, anzi v'era spettacolo nuovo, e il gran concorso degli spettatori, collo scintillìo di tutte le stelle di prima e di seconda grandezza sul meridiano del Regio, oscurò la luce tapina di quel povero satellite che si chiamava Ariberti. La metafora vuol dire che la marchesa di San Ginesio non mostrò di avvedersi che egli fosse al mondo. Rinunzio a descriver la notte; animus meminisse horret, luctuque refugit.

Venne la domenica. Ma le domeniche la marchesa non andava a teatro, salvo che in certi casi eccezionali. E quella sera il caso eccezionale mancava; nè l'Ariberti poteva gloriarsi di esserne lui uno. Gli bisognò dunque aspettare il lunedì sera. Ma ohimè! per quanto lo spettacolo non avesse più il pregio della novità e la sala non offrisse più le distrazioni dell'altra volta, madonna non pose mente a lui, nè si accorse de' suoi atti, o delle sue giaculatorie, rincalzate dal più operoso binocolo che uscisse mai dalle vetrine di Fries.

Come fare a destar l'attenzione di quella superba? L'Ariberti avrebbe rotto volentieri un bracciuolo della poltrona, o invitato ad alta voce il contrabasso a scorciare di due palmi il braccio del suo molesto istrumento. Fece in cambio la ragazzata di applaudire una seconda ballerina di contrattempo, e senza che un cane gli tenesse bordone.