Lo zittirono, com'era naturale, e tutti gli sguardi si volsero a lui, che si provò a star duro come un milorde inglese, quantunque si sentisse venir rosso fino alla radice dei capelli. Per altro, non andò guari che dovette allibire, avendo veduto con quella benedetta coda dell'occhio che la signora, seguendo il moto delle teste, aveva posto lo sguardo su lui e lo considerava coll'aria attonita di chi non capisce la ragione di un atto, o di una parola, che potrebbe anco esser l'atto, o la parola di un pazzo. Questo, nella sua foga giovanile, non aveva preveduto l'Ariberti; il quale giurò in cuor suo di non far più capo a così eroici spedienti.
Finito il ballo, che gli parve assai lungo, uscì dal teatro, senza volerne saper altro. Voleva in quella vece andare al caffè, e bere del pònce. Nel vestibolo incontrò il conte Candioli, che scendeva allora dalla scala dei palchetti.
—Arrêtez donc? Où diable courez-vous si vite?—gli gridò il contino alle spalle.
Ariberti lo avrebbe mandato lui al diavolo; ma bisognava adattarsi alla necessità e far bocca da ridere.
—Vo a prender aria;—rispose egli, dopo aver stretta la mano che il signor conte si degnava di porgergli.
—Aspettate quella della prima donna, perbacco!—sclamò il Candioli, felice d'avere imbroccato un bisticcio.—Il terz'atto è il più bello dell'opera.
—Ma io, veramente….
—Sì, capisco—interruppe l'altro ridendo;—voi andate ad appostarvi sull'uscita del corpo di ballo. Avouez-le, heureux fripon; voi aspettate la piccola Diavolina.—
Diavolina era il nome che portava nel ballo la danzatrice «di rango italiano» applaudita pur dianzi dall'Ariberti.
—Io? Non la intendo;—diss'egli confuso.—Andavo a bere un pònce; ed anzi, se il signor conte vuole onorarmi…