—Grazie, non posso. Questa sera son di servizio; ho da accompagnare a casa la baronessa Vergnani, che ha il marito in missione a Monaco e che offre un tè ai suoi cavalieri di quest'inverno. Vous voyez ça d'ici; Penelope che convita i Proci! Ma a proposito della piccola Diavolina, che diamine v'è saltato in mente, mio caro, di applaudirla a quel modo? Siete il suo valet de coeur?
—Che! non la conosco neanche per prossimo.
—Ah, meglio così; perchè, a dirvela qui entre nous deux, quella piccina non val proprio nulla. E poi c'è il suo re di danari, il cavaliere di Grugliasco, che ve la contenderebbe à outrance. Intanto, vedete, voi ve ne siete fatto un nemico mortale, poichè con quell'applauso avete esposta la sua bella a pigliarsi dei fischi.
—Ah sì? Non me ne importa proprio un bel nulla.
—Prenez garde! Il cavaliere passa per la prima lama di Torino.
—Le ripeto, signor conte, che ciò non mi fa caldo nè freddo. Col mal umore che ho in corpo, la romperei anche con il gran lama del Tibet.
—Pas mal, pas mal!—disse Candioli, con un cenno del capo che indicava il buongustaio.—Mais quelle mouche vous a piqué? Sareste in collera con Giunone?—
Ariberti si rabbruscò a quel ricordo dei loro discorsi di caffè.
—Le ho già detto, signor conte, che in tutta quella chiacchiera del
Vigna non c'era una parola di vero.
—Eh via! Non sofistichiamo. Se non c'era allora, ci può essere adesso. L'altra sera vi ho colto in flagranti di contemplazione.