— Eccovi dunque a Parigi, Montegalda! — esclamò la marchesa Flora, vedendo che Almerico, nella sua confusione, non riesciva ad attaccare il discorso. — Sapete che non lo speravamo?

— E perchè, signora?

— Perchè pensavamo al vostro gran da fare. Il cavaliere, invece, era sicuro del fatto suo, ma senza volerci dire le ragioni della sua certezza. Stamani ancora, non vedendo vostre lettere, si era detto al cavaliere: «voi fate i vostri preparativi di partenza, ma il vostro amico non verrà, a cambiare la guardia».

— Così poca fede avevate in me, Donna Flora! — rispose Almerico, non osando estendere il discorso alla duchessa di San Secondo.

— Eh, ve l’ho detto; — replicò la Terenziani. — Non avevate dato un cenno del vostro arrivo. Aggiungete che noi non sapevamo di quali scongiuri si fosse servito il cavaliere, per farvi venire a Parigi.

— Marchesa, mi fate torto; — disse Almerico. — Non occorrevano scongiuri; bastava il desiderio.

— Eppure, a Civitavecchia non vi era bastato.

— Allora, non avevo licenza dal ministro. Ora l’ho avuta, ed eccomi. —

Serena non prendeva parte alla conversazione; ma era presente, e l’interno della carrozza era pieno di una luce viva, da non confondere con quella che mandavano dentro i lampioni, accesi allora allora lungo la calata del fiume; nè solamente di luce viva, ma anche d’una fragranza arcana e penetrante, che non era quella dell’asfalto parigino.

— Ma tutto ciò, — ripigliava la marchesa, — non ci spiega ancora come vi siate risoluto di partire, voi, così attaccato ai sassi di Roma.