— Signora, — rispose Almerico, — il nostro cavaliere mi ha scritto che doveva allontanarsi per alcuni giorni, chiamato da affari urgenti di famiglia, e che gli doleva di lasciar le signore sole all’albergo di Baden. Per la prima volta in vita mia mi son veduto utile a qualche cosa nel mondo. Finora, — soggiunse egli, mezzo ridendo e mezzo sospirando, — non mi ero fatto un’idea molto chiara del perchè fossi nato. —
X. Giornate di sole.
Possiamo ben dire che Almerico di Montegalda è giunto in porto, quantunque Parigi non sia ancora un porto di mare, come Marsiglia, Genova e Napoli. A proposito di Napoli, dobbiamo ricordare che laggiù è andato da un pezzo il conte Massimo di Riva. Ma si può dire ch’egli sia in porto egualmente? Vediamolo, anche a risico di ritornare qualche passo indietro. Fortunatamente i passi del narratore, e quelli del lettore per conseguenza, non sono i passi del camminatore, e si fanno comodamente, in un batter d’occhio, senza muoversi dalla scranna.
Forte della sua maravigliosa invenzione, Massimo era partito da Roma. A quella invenzione, per altro, ci pensava il meno che poteva; su quel punto critico della sua vita amava far notte, non pure agli occhi degli altri, ma ancora ai suoi occhi medesimi. Non avendo nessuno ai fianchi per sentirsene a parlare, avendo pregato l’amico Montegalda di non gliene scrivere, era nella felicissima condizione di tacerne anche a sè stesso. Ma spesso gliene tornava alla mente il pensiero, e Massimo lo discacciava, alzando le spalle, scuotendo la testa, fremendo, come farebbe, punto dai ferri delle banderuole, un toro infuriato.
Giunse a Napoli, e Napoli lo calmò. La regina del Sebeto è una grande Sirena. Come resistere al suo canto? Come pensare alle tristezze, nella gaia confusione del suo regno?
C’è un luogo di Napoli, la badìa di San Martino, sotto il castello di Sant’Elmo; c’è un punto della badìa, il Belvedere, con un terrazzino alto, a capo di un lungo corridoio. Di lassù vedete tutta Napoli, sdraiata ai vostri piedi: tutta Napoli, meno i quartieri di Chiaia e Mergellina, che son nascosti dal contrafforte di Pizzo Falcone, e che ad ogni modo lo sporto dell’edifizio monastico non vi consentirebbe di vedere: tutta Napoli popolosa, mezzo patrizia e mezzo plebea, offrente ai vostri occhi una immensa testuggine di tetti e di terrazzi, donde vi sbucano qua e là campanili, palme, aranci dai frutti dorati, e oleandri dalle rappe vermiglie. Più in là, sulla vostra diritta, si stende il gran golfo turchino, con l’isola di Capri che rosseggia nel fondo. Davanti a voi, oltre il gran colmo della città, si allarga la valle dei Paduli, chiusa dagli immani fabbricati rossastri dei Granili, nelle cui vicinanze san Gennaro sta preparato, in atto di arrestare le lave del Vesuvio, caso mai volessero rovesciarsi dalla parte della città prediletta, che custodisce il suo sangue. Anche il terribile vulcano è laggiù, non troppo lontano, davvero, e tuttavia (tanto a Napoli è artista anche il cielo!) già velato ai vostri occhi d’una gratissima tinterella d’azzurro sperso.
Affacciati a quel grande spiraglio di vita, vi par di essere tra cielo e terra, immersi in una pace profonda. Ma, subito dopo, qualche cosa di strano vi giunge all’orecchio: un rumore sordo dapprima, poi a mano a mano più chiaro, che sale, cresce, e si diffonde, come una sinfonia rossiniana. Cesserà? Niente affatto, crescerà ancora dell’altro, e vi parrà da un momento all’altro di dover presto sentire, non più quel confuso gridìo, ma voci e frasi distinte. È Napoli, tutta Napoli, laggiù; Napoli che parla, gesticola, grida, canta, suona, si lagna, si rallegra e vive; smisurato alveare, dove le api sono creature umane, e il ronzìo continuo, incessante, ha suono di cateratta. Per un tratto la cosa vi dà gusto, poi incomincia a turbarvi, mentre durate a star là, sul terrazzino solitario, e finisce con intronarvi gli orecchi, come un concerto di musica dotta. C’è modo da pensare altro, lassù? E laggiù, nell’alveare, che manda ai luoghi eccelsi un così grande frastuono, peggio che mai; bisogna vivere di quella vita, dimenticar tutto il resto.
Sentite il parere di un uomo da nulla: se avete un dolore da dimenticare, correte a Napoli, dopo aver scelta sull’orario delle strade ferrate la via più spedita. Laggiù il dolore vi passerà, fosse pure il dolore di denti, che certi filosofi hanno sentenziato essere il peggiore fra tutti. Perfino il pensiero della morte, che riesce uggioso a tanta brava gente, perde molto della sua tristezza sotto il cielo di Napoli. Nelle regioni medie e nelle settentrionali, la malinconia di quel pensiero ha in sè qualche cosa del freddo che vi pare di dover sentire nella buia dimora. A Napoli, con quel caldo estivo, con quel tepore invernale, vi è già risparmiata quella anticipazione di brividi. Se poi avete una gioia da conservare, un affetto da ravvivare, portatelo con voi a Napoli. Sarà, non sarà, ma c’è da scommettere che ve ne dimentichereste, lasciandolo, puta caso, a Domodossola. Amico, od amica, secondo che siate lettrice o lettore, la vostra gioia vi segua. Laggiù potrete ossigenarvi insieme; sarete allegri, espansivi, felici; poi, per tutto il rimanente della vita, ricorderete quei giorni. Anche l’odor d’aglio di basso Porto, e quello d’ostriche di Santa Lucia, ritorneranno a voi trasformati in quintessenza di rose. È piacer vero, e veramente sentito, quello che lascia grata memoria di sè.
Miss Madge, o bionda fanciulla, o fiore americano dalle forme eleganti e dai vivaci colori! Il sole di Napoli v’illuminava, v’inondava tutta, e non metteva in evidenza la più piccola menda sulla vostra superficie di porcellana di Sèvres. Ma che porcellana vado io ricercando? Eravate un bel fiore metallico, finamente smaltato, di quelli che l’industria moderna ha trovati, gareggiando con la natura e con l’arte ad un tempo: uno di que’ fiori che fanno venire la voglia matta di brancicarli e di romperli, almeno di sbreccarli un tantino sugli orli. Ci sono di questi desiderii nell’ammirazione, di queste follìe nell’amore.
Massimo guardava, ma non toccava. Il fiore americano era un fiore animato, e non avrebbe permesso tanta confidenza di ammirazione. Ma egli sospirava, respirava, aspirava; ed era felice, correndo qua e là, sempre in compagnia di miss Madge. Erano viaggiatori ambedue; erano a Napoli tante cose da vedere, che due persone come loro, anche senza vincolo di parentela, potevano benissimo andar di conserva, per ricevere le medesime sensazioni. Guai, se nel ritrovo della sera, a pranzo, o alla distribuzione del thè, uno di loro avesse raccontato di avere ammirata una cosa che dall’altro non fosse stata veduta egualmente. Ci sarebbe stato da morire d’invidia, da schiattare di gelosia: almeno almeno da farci una cattiva nottata.