In quelle corse quotidiane, c’era anche da stancarsi. Ma niente affatto! Miss Madge, fiore americano e metallico, non si stancava mai. Alla mattina erano escursioni a Posilipo, a Capri, a Pozzuoli, a Cuma, a Baia, a Miseno, oppure a Portici, ad Ercolano, a Pompei, a Castellamare, a Sorrento, al Vesuvio; si vedevano ruderi, case antiche, grotte, laghi, solfatare, vulcani, e magari s’andava più in là, a visitare qualche tempio greco, o qualche repubblichetta medievale lungo le rive del golfo Salernitano. Poi, quando le corse mattutine non erano così lunghe da occupare tutta la giornata, si visitavano chiese, palazzi, giardini e musei. Dopo il pranzo, in carrozza, e via per il corso di Chiaia e di Mergellina, godendo il fresco della sera e la sfilata dei ricchi equipaggi. Da ultimo, la fermata dei gelati, in piazza del Plebiscito, e per ultimissimo un po’ di musica, o di Pulcinella, nei piccoli teatri, che bisognava vedere.

Infine, era una festa continua degli occhi, un’orgia dello spirito, ma altresì uno strapazzo enorme di nervi e di tèndini. Ma che? il fiore metallico non sentiva nulla di nulla; a tarda sera appariva ancor quello del mattino. Che fibra maravigliosa! Ed anche la mamma, Dei buoni! Quella non si poteva paragonare ad un fiore; ma neanche si voleva fargli torto, paragonandola ad uno struzzo, ad una giraffa. Questi animali si citano per dare un’idea della sua forza di resistenza, in un clima come quello. Del resto, non son io che li cerco, i paragoni; è il conte di Riva che li ha trovati. Questo vi parrà dal canto suo un mancar di rispetto alla sua futura suocera; ma io non so proprio che farci. Del resto, a scusare i pensieri, soccorrevano gli atti. Massimo era assai cortese, cerimonioso, ossequente con mistress Eliza, che suo marito chiamava familiarmente Assy, ed egli decorava sempre del titolo di milady.

Quella mamma, del resto, non era di quelle che pensano ancora a sè, avendo già delle figliuole da marito. Difettava di fantasia, la buona mistress Eliza, e la sua vita intellettuale era scarsa. Spesso pareva che non pensasse nemmeno. Come certi organismi inferiori, in cui il tronco materno non sembra sopravvivere che per servire di sostegno e di guardia alla prole, così mistress Eliza non viveva che per miss Madge, per quel bellissimo fiore, di cui si riduceva ad essere la stipula protettrice. Figuratevi che quando andavano fuori di città, la fredda e taciturna madre portava col suo anche lo scialle che doveva riparare la personcina elegante della sua stupenda figliuola. Inseparabili, naturalmente, vedevano ed ammiravano le medesime cose; ma era miss Madge che dava il segnale della maraviglia. Ambedue si mostravano riconoscenti al loro gentil cicerone: miss Madge con un sorriso incarnatino, rugiadoso e luminoso, donde sbocciava un «veramente?» deliziosissimo: mistress Eliza con un asciutto «beautiful» che non oltrepassava la chiostra dei lunghi denti bianchi e delle labbra sottili come due listerelle di pergamena.

E mister Montgomery Lockwood? Il grand’uomo, il re di denari, decorato da Massimo del titolo di «Sir», non si divertiva in Napoli al modo delle sue donne. Le accompagnava ancora nelle corse lunghe, all’aperto; ma, per le gite in città, si era presto seccato di veder chiese e palazzi. Nella reggia dei Borboni, e a Capodimonte, loro estiva dimora, gli avevano dato noia quei pavimenti di legno gentile, così tersi e lucenti, dove non si vedeva pur l’ombra d’una di quelle utili cassette, piene di segatura, che nella sua patria si mettevano in tutti gli angoli delle case, perfino nei salotti, e a Washington nell’aula magna del Congresso! Meno male a Pompei! Anche nel tempio d’Iside e nella casa di Pansa, si poteva fumare, segnando di spruzzi moderni i lastroni e i tesselli venti volte secolari.

Perciò il signor Montgomery Lockwood amava stare all’aperto, e soleva fare le sue più lunghe fermate al caffè del Palazzo Reale, l’unico caffè napoletano, dove, per la condizione del luogo, si potesse star seduti comodamente di fuori. Colà sedeva il cittadino della libera America, fumando i suoi eterni «trabucos» e bevendo birra nel cospetto dei cieli. A Napoli, birra? Sicuramente. Ci sono anche degli Italiani che trovano gusto in questo fermento di luppoli (quando son luppoli!) nelle regioni del sole. Iddio li confonda in questa vita, se anche è disposto a perdonarli nell’altra.

Fumava, adunque, il nostro personaggio, e frattanto formava davanti a sè un arcipelago. Le sue donne andavano attorno con Massimo; e poi, quando avevano girato abbastanza, sapevano dove trovarlo; là, davanti al caffè, con le spalle al muro, la testa ripiegata sul petto, gli occhi grigi affondati sotto le ispide ciglia, le lunghe gambe accavalciate l’una sull’altra, terminate da due lunghissimi piedi.

Miss Madge aveva sfoderata a Napoli una nuova virtù; se pure non è più giusto il dire che l’aveva anche a Roma, e la esercitava liberamente, ma lungi dagli occhi di Massimo. A Roma il conte di Riva non aveva occasione di accompagnare le signore Lockwood nelle loro escursioni. Or dunque sappiate che miss Madge aveva studiato il disegno, e portava sempre attorno albo e matita, per fissare sulla carta le sue impressioni dal vero. Con tante fotografie, ripetute a migliaia d’esemplari, d’ogni monumento e d’ogni scena della natura, quella fatica poteva parere sprecata. Ma no; miss Madge voleva esprimerlo a modo suo, il ricordo, con la sincerità del suo sentimento e la ingenuità dell’arte sua. Spesso non erano che poche linee; ma le linee tracciate dalla mano di una bella ragazza, si sa, valgono tutte le fotografie della terra.

— Napoli è tutta nel colore; — le disse un giorno il conte di Riva. — Perchè non dipingete, miss? La cosa vi riescirebbe a maraviglia.

— Veramente?

— Ve lo assicuro. Col vostro ingegno, in pochi giorni colorireste come il nostro grande Morelli.