— Non lo farò; — rispose miss Madge. — Il colore insudicia troppo le mani. —

E guardava, così dicendo, le sue, che erano bellissime. Anche Massimo le guardava, e gli facevano dimenticare la poca perizia della disegnatrice. Che importavano gli errori di prospettiva, quando erano fatti da quelle mani gentili? Nè solamente queste guardava, ma ancora quella graziosa testina, e quel collo di cigno, su cui scendevano scherzando i bei riccioli d’oro.

Una volta, al Museo Nazionale, al pian terreno, nella galleria delle statue, davanti al torso delicatissimo di Psiche, il giovane innamorato fece osservare molto giudiziosamente a miss Madge che l’attaccatura del collo e la curva dell’òmero erano pari, nella statua ed in lei. Il lettore indovina l’avverbio e l’interrogazione con cui rispose la bionda americana al complimento del suo cavaliere. Quasi sarebbe inutile di soggiungere che ella arrossì dal piacere.

Veramente, per dir come lei, veramente miss Madge vedeva volentieri il signor conte di Riva? Sì, confessiamolo pure, assai volentieri. Era sempre un tal po’ compassata negli atti, duretta nell’espressione, ma sorrideva, e lo stesso carattere esotico di quel sorriso era una grazia di più, agli occhi innamorati di Massimo. A Pompei la gentile americana ebbe un moto di viva gratitudine, che potè parere una dichiarazione tanto fatta. In una casa della via di Mercurio, era una grande fontana, dove la nicchia, le colonne, i capitelli, il fregio, il timpano, ed ogni altra parte della membratura architettonica, s’incrostavano di conchiglie e pietruzze vivamente colorate. Miss Madge si maravigliava che quelle conchiglie così brillanti ed intatte fossero durate mille ottocento e più anni là dentro. E Massimo, quantunque non fosse nato Vandalo, ebbe la barbarie di spiccare cinque o sei conchiglie, per farne un presente a miss Madge.

— Ah, come siete gentile! — esclamò la fanciulla.

E lo guardò, arrossendo, e strinse in atto di riconoscenza quella mano che le offriva il prezioso ricordo.

Per un’altra di quelle frasi, per un’altra di quelle strette, Massimo avrebbe compiuta l’opera del Vesuvio, distruggendo Pompei.

Più in là, nella casa del Fullone, egli aveva scoperto, o per lui lo aveva scoperto una guida compiacente, un deposito di sapone. A vederlo, in un anditino cieco, sotto una scaletta di fabbrica, pareva un cumulo di terriccio, o di cenere.

— Vedete, miss? — diss’egli, conducendo la fanciulla a guardare là dentro. — Questa cenere che vedete, non è cenere: è sapone. Pare che gli antichi Romani non conoscessero il sapone in pezzi formati, ma che lo usassero in polvere. Questo qua leva la schiuma bianchissima, e ripulisce le mani in un modo maraviglioso.

— Madre mia, — disse la fanciulla, rivolgendosi a mistress Eliza, — lo senti? Sapone degli antichi Romani! e superiore a quello di Windsor! Amerei portarne un saggio alle mie amiche. —