— Sì? — disse di rimando Serena, levando anch’essa il binocolo, per guardar la fanciulla.

Era bella come un bel fiore, miss Madge Lockwood; e la duchessa Serena n’ebbe una stretta violenta al cuore. Perchè? C’è egli qualche cosa che ci avverte, vedendo una persona, come se volesse dirci: questa ti farà soffrire? Non andiamo tant’oltre. La duchessa soffriva già fin d’allora, pensando che se la bellezza di miss Madge era molta, non era altrimenti nuova, nè strana; che ella pure, la duchessa Serena, era stata un giorno così, un bel fiore appena sbocciato. Non l’avevano paragonata alla rosa, che dieci anni addietro non era più, o non era ancora ritornata alla moda; l’avevano paragonata alla «Vergine di Colle beato», che era tuttavia la regina delle camelie, ahimè prima che per essa e per tutta la sua numerosa famiglia si mutasse, insieme con la moda, il gusto del pubblico. Ed era una festa, dovunque ella apparisse, e i cuori volavano a lei, visibili immagini entro una atmosfera vermiglia, ardente del fuoco di mille desiderii. Così era stata ancora da sposa, e forse di più, perchè più fatta, più rigogliosa e fiorente. Le ammirazioni erano cresciute, i cuori volavano più numerosi, più ardenti, e tra quelle vampe più fitte fremevano le prime audacie della giaculatoria, della invocazione, della preghiera, mormorata con accento profondo, quasi singhiozzata, tra i versetti dell’inno. Ahimè, quanto era durato l’incantesimo, per cui aveva potuto credersi una divinità scesa in terra? Dove era andata quella dolce illusione che non dovrebbe nascer mai, o non morire mai più?

L’illusione aveva fatto capolino, per un istante, al primo riapparire della duchessa Serena in teatro. Di quelle ammirazioni, come di un grato aroma, aveva aspirate le più sottili fragranze, e dentro di sè ne aveva fatto omaggio, come suole una donna amante, al diletto del cuor suo. Ed egli frattanto non appariva; ed ella provava intorno al cuore come una sensazione di freddo. Le vampe non salivano più a lei, non la circondavano più; quella colonna di fuoco, visibile agli occhi dello spirito, andava su su ad involgere quella fanciulla bionda e rosata; d’ogni parte a miss Madge lunghe occhiate d’invidia, lunghe occhiate di desiderio. Invidia o desiderio, ammirazione o gelosia, che importano i nomi? Una sola è la cosa: il trionfo.

E Massimo non appariva ancora. Come si sentiva sola in quella moltitudine! Tutto ad un tratto si aperse l’uscio del palchetto. Oh, finalmente! era lui? La duchessa volse gli occhi a guardare. No, non era lui: erano i due fratelli Siamesi. Vogliate scusarmi, il nome non l’invento io. So bene che quei due giovani personaggi si sarebbero potuti chiamare più nobilmente i Diòscuri, Castore e Polluce, anzi, poichè si era in Roma, a dirittura i Càstori. Ma che ci volete fare? Siamo in tempi prosaici, e a chi aveva imposto un nome ai due personaggi inseparabili era parso di dire una cosa meglio intesa da tutti, chiamandoli i fratelli Siamesi. Non erano già appiccicati da un muscolo comune; ma il legame morale che li univa era ancora più visibile di ogni vincolo materiale.

Non erano nati ad un parto; eppure si erano avviati a scuola nel medesimo giorno. Il maggiore aveva aspettato un anno il minore, per andare con lui ad attingere alle fonti del sapere; insieme avevano fatte le medesime classi, e ricevuti perfino i medesimi premi. «Pares merito», come si diceva nelle antiche scuole! Fosse per giustizia assoluta, o per giustizia relativa, o perchè meritassero il premio tutt’e due, o perchè non si volesse aver aria di commettere parzialità a danno dei terzi, i maestri solevano dare un premio di diligenza a tutt’e due; era l’ultimo, e non faceva nascere invidie troppo forti. All’università si erano laureati il medesimo giorno. Spettacolo commovente per la famiglia! due tesi stampate, due corone di lauro, due avvocati, in quel giorno, nella medesima casa! Ma non si spaventi nessuno; non mi dica nessuno che due avvocati sarebbero già abbastanza per un rione. I nostri due laureati erano ricchi, e non dovevano patrocinare. Dio buono, se avessero mai dovuto cogliere le medesime palme alla sbarra, polverizzare due volte in un giorno il faticoso edifizio dell’accusa! No, no, questi pericoli erano fortunatamente evitati. Ci sarebbe stato quello che prendessero la stessa moglie; ma erano avvocati, e non avevano durato fatica ad intendere che la cosa non sarebbe stata legale. Per altro, si rifacevano di quel piccolo guaio, restando scapoli ambedue. Marciavano sempre in pariglia; facevano insieme le stesse visite, dicevano le medesime cose; o più veramente, uno diceva e l’altro ripeteva. Se eran cose da dover ridere, ridevano insieme, o alternamente, secondo i casi.

Erano baroni tutti e due; ma, perchè viveva il babbo, li chiamavano anche i baroncini. Biondi, rosei di buccia, come due mele appiole; uno aveva molta barba, e l’altro un po’ meno; per pareggiare, portavano ambedue la faccia rasa. IL più alto andava a capo chino, il più piccolo a capo diritto, ed anche in questo riescivano a far pari. Uno si chiamava Pietro e l’altro Paolo, sicchè il loro onomastico ricorreva nel medesimo giorno: il ventinove di giugno, salvo errore.

La duchessa Serena fu costretta a godersi la conversazione di tutti e due per una mezz’ora buona. Povera «Aida», se a quell’ora la bella e malinconica dama avesse ancora avuto desiderio di ascoltare la musica!

— E così, duchessa, si diverte? — diceva Pietro.

— Le piace lo spettacolo? — soggiungeva Paolo.

— Una bella mostra di fiori in teatro, le pare?