— Guardasigilli, ti saluto; — gli disse il Buonsanti, prendendo l’ultima stretta di mano.

Anche il Mattei non si trattenne più molto. Aveva da fare almeno una dozzina di visite, il poverino. Così, nel palco della duchessa non rimase altri, del sesso forte, che il commendatore... scusate, volevo dire il cavaliere Buonsanti di Carpigliano. Nè per un pezzo capitarono più visite. Almerico, in verità, si era troppo affrettato a dire: ci sarà piena. C’erano tutti, in teatro, i conoscenti della duchessa, gl’inevitabili delle sue veglie e dei suoi pomeriggi; ma tutti stavano ai loro posti, come inchiodati, guardando estatici il bottoncino di rosa, miss Madge Lockwood. Dal bianco della sua semplicissima abbigliatura esciva fuori, come da una candida spuma, quella carnagione rosea, periata, a cui dava risalto la bocca vermiglia, ingenua nella espressione del labbro superiore un tal po’ rialzato, e l’occhio vellutato, spesso attonito, donde qualche volta si sprigionava un lampo d’intelligenza. La bellezza, si sa, è quasi sempre intelligente; bellezza e ricchezza lo sono poi sempre; c’è una miniera di spirito, accanto ad una miniera d’argento. Del resto, miss Madge meritava tutte quelle ammirazioni. Il collo di ninfa, condotto in una linea purissima fin sotto a quell’orecchio fine di cammèo, le ciglia lunghe, i capegli d’oro, il busto che sporgeva bianco dal velluto del parapetto, snello e timidamente rilevato nel timido rigoglio della prima gioventù, quali tesori di bellezza nascente! Entro quella candida spuma l’occhio vagheggiava la forma ascosa, e vedeva una statua di Cleomene, figlio d’Apollodoro, come dice la scritta. L’occhio è un grande indiscreto, e il pensiero è più indiscreto di lui: ma la statua di Cleomene è una immagine che dice e non dice, e la impresto io, per l’occasione, senza essere il padrone legittimo, e neanche il custode della Galleria degli Ufizi.

— Miss Madge, che nome! — mormorò la marchesa Flora. — Margherita non andrebbe egualmente bene, anzi di più? Mi figuro che Madge suoni in inglese come Ghita in italiano. Ma vedi un po’! detto in inglese non è più volgare, per orecchi italiani. Osserviamola un pochino, questa ottava maraviglia. In verità, non pare neanche la figlia di sua madre.

— Per ora; — disse il Buonsanti; — ma poi!...

— Come? credete voi, cavaliere, che abbia da somigliare un giorno a quella... come chiamarla, sua madre?

— Donna Flora, chiamiamola pure giraffa, o manico di granata, — rispose il Buonsanti. — Tanto, non c’è nessuno a sentirci. Quanto a ciò che avverrà, ne son certo. Vedete il collo dell’ottava maraviglia; è un pochino più lungo del necessario. Vedete la testa; è piccina, più lunga che larga. Le spalle non mi paiono neanche alte abbastanza. Date tempo al tempo, e vedrete.

— Ahimè, cavaliere! — esclamò la vecchia marchesa. — Noi non ci saremo più, per vedere. Ed è il presente, che vale; il presente, a cui bisogna guardare. —

Serena sospirò. È il presente che vale! E per il presente, quella fanciulla era la regina del teatro.

La marchesa Flora aveva dato di piglio al binocolo, e lo puntava verso quella figurina di fanciulla, col dorso della mano in fuori, secondo la vecchia costumanza, incomoda ma graziosa tanto, che permetteva di mostrare quella mano al pubblico e di far vedere la pozzetta al gomito, quando il braccio era bello. Abitudine, oramai, in Donna Flora, e non atto premeditato, poichè da un pezzo la marchesa portava il braccio coperto. Ma, lo sapete, anche quando veste il braccio e le spalle, una donna che è stata bella non perde mai la vecchia abitudine.

— È carina, sai! — ripigliò donna Flora, dopo aver minutamente osservata la giovane americana.