E rimase nel suo angolo, all’ombra, felice in apparenza di aver cansato il riverbero di quella gran luce; mentre i due fratelli si offrivano il posto buono a vicenda.

— Vada Pietro; — disse il Buonsanti, per far finire la scena; — Pietro è il principe degli apostoli.

— Grazie; — rispose Pietro. — Ma Paolo è l’apostolo.

— Già, per antonomasia! — soggiunse Paolo.

— Bravi, bravi! — esclamò la marchesa. — Gareggiate sempre; non vi sorpassate mai. Se tutti facessero così, non ci sarebbero più gelosie, nè invidie, nel mondo. Non ti pare, Serena? —

Serena rispose con un altro cenno del capo. Non sorrideva più, non coglieva più il senso. Povero regno finito! il regno effimero, il regno della luce, dei raggi, degli ardori! Quanti madrigali, una volta, quante ammirazioni e quante frasi per lei! Ora non più; la gran folla aveva un altro argomento alle sue ammirazioni; per altre bellezze torniva le sue frasi, cesellava i suoi madrigali. E Massimo era comparso in teatro, e non era salito da lei.

Dieci anni dopo! Dieci anni! Triste cosa, quei dieci anni dopo, nella bellezza, nella gioventù di una donna!

III. Servizio da amico.

Escito dal palco della duchessa, Almerico di Montegalda aveva fatto due altre visite, e, dopo aver fumata una spagnoletta nell’atrio, se ne ritornava dentro, per andare a prendere posto nella sua poltrona, volendo sentire a suo bell’agio i due ultimi atti dell’opera. Ma aveva fatti i conti senza l’oste, il nostro bravo Almerico. Entrato a mala pena nel corridoio, s’imbattè nel conte di Riva.

— Oh, Massimo, buona sera! — gli disse.