— E gliel’hanno detto, me presente; — replicò il Montegalda. — E le hanno detto ancora che tu eri a teatro. —
Massimo fece un gesto di stizza.
— Ah, maledette lingue! — esclamò. — C’è egli bisogno di andare attorno, per raccontare a questo e a quello chi s’è visto e chi non s’è visto? Tessere il discorso con gli affari degli altri è un mostrar chiaramente che non se ne hanno di proprii; non ti pare?
— Così penso ancor io; — disse Almerico. — E con tutto ciò, sono stato lì lì per fare lo stesso. Veramente, non era per un moto spontaneo; — soggiunse il giovanotto. — La duchessa Serena mi aveva chiesto se sapevo niente della questione tra il Riccoboni e il Savelli.
— E tu?
— Ed io lo dissi che la credevo finita. Ma mi balenò alla mente che a te potesse premere di non farla finita così presto, e soggiunsi che non sapevo nulla di certo, che manifestavo solamente una mia speranza, che esprimevo anzi un mio desiderio. Ma che vuoi? gli altri, sopraggiunti a far visita, non furono così discreti come il tuo povero amico.
— Grazie! — disse Massimo. — Grazie a te, per la buona intenzione. Avevo bisogno di un po’ di tregua... nella mia felicità! E le hanno detto ancora che io ero in teatro?
— Sì, ed anche in principio di spettacolo. Capirai! Perciò ti ripeto, va a far la tua visita.
— Non posso.
— Non puoi?