Ma questo è un andare troppo in là; ritorniamo dunque in misura. Dieci anni non son bastati a intaccare le scultorie forme di Aida; dieci anni non hanno solcato di una ruga il volto di Amnèris, le cui collere gelose son sempre verdi, come.... guardate! mi fiorisce il bisticcio sotto la penna.... come l’autore dell’aspettatissimo «Otello». Gli amori della schiava, figliuola di re, son sempre soavi, e si muore ancora classicamente volentieri, quando la romantica Etiope, dopo avervi fatto perdere il vostro buon nome di soldato Egiziano, viene poeticamente a morire con voi della più prosaica di tutte le morti: la fame.

Dieci anni, per altro, dieci anni! Ci pensava, la duchessa Serena, salendo lo scalone del teatro, in compagnia della vecchia marchesa Flora.

Non era stata una scelta pensata, quella di una vecchia accompagnatura; bensì una necessità del suo stato civile portava che la duchessa Serena si fiancheggiasse d’una appendice del suo sesso, e possibilmente più matura di lei. Per la prima volta, dopo aver deposte le «vedovili bende», la duchessa si mostrava a teatro, e fra le sue amiche mature era naturale che scegliesse la più volenterosa, come tra i suoi maturi amici aveva scelto per cavaliere il più serio, a giudicarne dal pelo, il meno pericoloso di certo, quell’accompagnatore fidato di cui nessuno mormora, che un amante ha permesso, quando l’amante c’è, o di cui questi è geloso solamente per celia.

Ordinariamente, la vecchia dama non ignora di esser presa per guardia d’onore della dama più giovane. In queste cose, e in altre molte, la donna di una certa età si mostra più intelligente dell’uomo; e quando ella si adatta ad un simile ufficio, gli è per davvero, senza inganno possibile. Aggiungete che nella sua rassegnazione entra sempre un granellino di compiacenza; poichè le gaie frivolezze, di cui non si era intieramente divezzata, accompagnano sempre la sua giovane amica. Non sia troppo giovane, per altro, poichè le amiche troppo giovani sogliono essere spensierate e crudeli: vi considerano il più delle volte come una muta tappezzeria, e vi mettono facilmente in angustie. Ad acquetare lo spirito della vecchia dama, a consolare il suo resticciuolo di vanità, basterà il poter pensare, che fra non molti anni la giovane amica sarà come lei; frattanto, per trovare un bel punto d’eguaglianza, parleranno delle donne più giovani e più celebrate, delle spose più fresche, delle ragazze più in vista, e daranno i loro giudizi, che non saranno sempre quelli del re Salomone.

L’uomo, in quella vece, non capisce nulla. Beato lui! forse per questo egli è il re del creato. Gli han detto da principio, anzi gli han posto per assioma, che un uomo è sempre bello, e questo è stato il dirizzone della sua vita. In fondo, non si può negare che la proposizione abbia una tal quale apparenza di vero, data la costituzione del civile consorzio, che ha fatto di lui un necessario gerente di giornali di mode: giornali ambulanti, si capisce, che sono poi le donnine belle. Gli han detto ancora che un uomo è sempre giovane; ed anche questo si può credere, se un dotto parrucchiere aiuti coi suoi maravigliosi specifici alle naturali illusioni. E poi, diciamo tutto; da giovane ebbe distrazioni d’ogni maniera, i giuochi, le cavalcate, le cene, le cacce, le conversazioni e i teatri; la vita gli è tornata assai facile, quando del rigore di una Giunone, o d’altra delle divinità maggiori, lo consolavano tante altre dèe minorum gentium (passatemi qui il latino, per un’eccellente ragione che ha detta il Boileau), dèe senza diadema, in verità, ma egualmente piacenti, se non forse di più. Questa facilità di vita lo ha avvezzato a confidare, a presumere molto di sè. In progresso di tempo, alle vanità non succedettero, ma si aggiunsero le ambizioni, quelle care ambizioni, così grandi e così piccine ad un tempo, sopra tutto così contentabili, che gli hanno ottenuto tre dita di nastro verde, o rosso e bianco, da mettere al collo, magari una piastra d’argento, in forma di rosone, o di stella, da appiccicarsi al costato, un posto alle mense solenni, il nome di personaggio necessario in ogni serata, e finalmente, oh colmo di gloria! la citazione sui giornali quotidiani. Allora, vedete, anche le Giunoni e le Minerve lo cercano; lo cercano tanto più, e magari se lo contendono, quanto più è stagionato. Egli già non s’avvede del doloroso perchè; aspira il profumo, e continua imperterrito nella sua parte di Nume. Così doveva far Giove negli ultimi cent’anni del suo imperio cadente. Sentiva odore d’incensi, il povero iddio, e non badava più che tanto a quel che succedeva di fuori. Poi venne un vescovo, seguito da una turba di fedeli infuriati; gli dètte una mazzata, e gli cascarono i fulmini; un’altra mazzata, e gli cascarono le braccia; un’altra ancora, bene assestata tra capo e collo, e la testa del dio imbelle rotolò in un canto della cella, andò a far numero con tanti altri nobili cocci, prezioso argomento di studio agli eruditi di quindici secoli dopo.

Ma vedete la conseguenza fatale di un primo dirizzone! l’uomo fino al giorno del proficiscere può credersi ancora un gran che, fare il galante e non avvedersi mai di essere un coccio. Al Circolo, al Senato, alla Camera, gli amici del suo tempo, e giù di lì, sono sempre disposti a dirgli, con accento d’invidia:

— Briccone fortunato! Sempre sulle galanterie, non è vero? Ier l’altro con una bella signora; ieri con due; con quante, domani? Ma già, si capisce: abbiamo sempre vent’anni! —

Il fortunato briccone sorride e tace. Chi tace acconsente.

— Come è sempre bella, sempre fresca, quella diavola d’una duchessa! — ripigliano quegli altri. — Il tempo non può nulla su lei. Dovrebbe avere i suoi trentacinque, oramai.

— Che! Ne ha trentuno.