— Trentuno? Avrei scommesso per trenta. Ricordo ancora quando s’è maritata. Allora ne aveva diciotto.

— Perciò dovrebbe averne ventotto, ora; e ventotto, via, mi paiono troppo pochi.

— La verità è nel mezzo, tra ventotto e trentotto.

— Chi ha detto trentotto? Datela almeno tra ventotto e trentacinque. —

Questi computi cronologici non turbano punto il fortunato briccone, a cui per intanto nessuno rinfaccia i suoi sessanta, col vantaggino di costa! Egli è uomo, è sempre giovane, è sempre bello, è sempre irresistibile, come a vent’anni, quando tutte gli resistevano, non credendolo serio affatto, nè discreto abbastanza.

Così era avvenuto che il vecchio commendatore Buonsanti accompagnasse al teatro, come cavalier d’onore, la duchessa Serena di San Secondo e la sua vecchia amica marchesa Flora Terenziani. Di questa gl’importava pochino, si capisce, e molto invece dell’altra; ma intanto, da cavaliere compito, si mostrava cortese con tutt’e due.

— Dieci anni! — pensava la duchessa, entrando nel suo palchetto. — Dieci anni! — ripeteva, dopo quel fruscìo di seta, che segue, tra i due divani di velluto, la deposizione delle pellicce, e mentre, non senza un pochino di batticuore, prendeva posto al davanzale.

Molto discretamente, per verità, la duchessa Serena era giunta delle prime a teatro. Era forse per amore della musica? o per desiderio di non farsi troppo osservare? o per una di quelle delicatezze che le regine della bellezza e della moda usano qualche volta ai loro fedelissimi sudditi?

Centinaia d’occhi si rivolsero a lei; centinaia di binocoli si puntarono su lei dalle sedie chiuse e dai palchi; un bisbiglio incominciò da questa parte e da quella. E il bisbiglio e la curiosità e l’ammirazione, erano cose a cui era avvezza; per parecchi anni era stato quello il suo trionfo di vanità innocente. E là, davanti a lei, incominciava la rappresentazione dell’«Aida», e le poteva parere, udendo il bisbiglio, intravvedendo i binocoli puntati su lei, di assistere per la prima volta a quello spettacolo.

Dieci anni! Il pubblico era ancora lo stesso che l’aveva acclamata regina; ella era sempre quell’astro nuovamente apparso sul meridiano di Roma, e di cui tutti gli Herschell delle sedie chiuse e dei palchi si erano provati a determinar l’orbita, misurando la distanza perielia, il nodo ascendente, l’inclinazione all’eclittica, pronti ogni anno, anzi ogni stagione, a ricominciare i calcoli e le operazioni, cercando ancora le eccentricità, se mai ce ne fosse traccia, per essere padroni della curva. Quegli Herschell erano suppergiù i medesimi d’una volta. Qualche zazzera appariva brizzolata, qualche cranio; si vedeva denudato. Ahimè! questo è il destino. Ma finalmente, ci sono dei calvi e dei canuti anche all’età di trent’anni, a quell’età che è la gioventù vera e la forza dell’uomo. È anche l’età delle ambizioni; ma di solito gli elettori si mostrano restii a secondarle subito; qualche volta si muovono a compassione quando l’ambizioso ha toccati i quaranta.