— Come? — domanda allora la bella dama all’eletto. — Così giovane, e già deputato?

— Ah, signora! non sa che si può esserlo a trent’anni? La disposizione dello Statuto è tassativa al riguardo. —

L’accenno allo Statuto e alla disposizione «tassativa» dispensa l’eletto dall’obbligo di rispondere: — Signora, ne ho quaranta.... due.

Or dunque, dicevamo: erano gli stessi i contemplatori; era anche lei quella di dieci anni addietro, quando, sposa novella, al fianco del maturo ma sempre brillantissimo duca di San Secondo, aveva fatta la sua prima comparsa all’«Aida», confondendosi un pochettino, tra le ammirazioni di cui essa era argomento e la novità di quella musica, bella anch’essa come lei, superba dei suoi recenti trionfi del Cairo e di Parigi, col fiore di loto della sua fragrante giovinezza tra le mani. Ah, rimaner sempre gli stessi, che bella cosa!

Ma era così anche il conte di Riva? Egli, per esempio, l’inevitabile Massimo, non era quella sera a teatro. Caso grave, in una prima rappresentazione; ma il conte Massimo non aveva potuto fare altrimenti. La necessità non ha legge.

Quanto l’aveva amata, il conte di Riva! La giovane duchessa Serena, fin dai primi anni del suo matrimonio, non incontrava che lui; dovunque ella andasse, non era sicura di vedere che lui, sempre là, muto osservatore, estatico fachiro in cravatta bianca. Incontrandolo sempre, avendolo sempre sotto gli occhi, era naturale che si avvedesse della presenza sua, più che degli altri mille a cui ella certamente piaceva come a lui. La donna non dovrebbe accorgersi di queste adorazioni, si dice; almeno almeno, non dovrebbe osservarle. Ahimè! dovere non è potere. Infine, è egli proibito di farsi guardare? O perchè allora c’è l’obbligo di andare ai balli, ai ricevimenti, ai teatri nelle serate di gala, con le braccia e le spalle audacemente ignude, con un fiore fresco, o una stella di brillanti nei capegli, un vezzo di perle intorno al collo, o un nastrino sottile da cui pende un gioiello di gran prezzo, vero tesoro sopra altri tesori? Chi provoca la curiosità non accetterebbe l’ammirazione? Quella di tutti, si risponde, che è meno, assai meno, dell’ammirazione di un solo.

Ma qui si prende a giuoco l’aritmetica; e la severissima tra tutte le scienze non ama queste sottigliezze, questi sofismi. Aggiungete che è dell’ammirazione, come della lode: due sorelle finalmente, e nate ad un parto, poichè la lode è ammirazione parlata, e l’ammirazione una lode muta. Ora, se tra cento lodi una ha valore per noi più delle altre novantanove, sarà gran peccato che si noti l’ammirazione di uno, tra le ammirazioni di mille? Il conte di Riva non lo aveva inventato lei. A buon conto, lo avrebbe fatto biondo, poichè preferiva il biondo, con gran consolazione del duca, che lo era stato ai suoi tempi. Inoltre, quel contino dai capegli bruni l’aveva.... come si ha a dire? Annoiata? No. Seccata? Nemmeno. Irritata? Sì, diciamo pure irritata, con la sua insistenza, con la sua ostinazione. Che cosa aveva, quel grazioso signore, e che cosa voleva da lei, facendosi scorgere in quell’atteggiamento da tutti? Il primo atto della duchessa Serena fu adunque di ribellione. Quell’ammiratore, quell’adoratore, era indiscreto, sciocco, noioso, opprimente. Tuttavia, era anche mesto. La giovane duchessa se ne avvide un giorno guardandolo alla sfuggita, con la coda dell’occhio. Dopo qualche tempo non lo vide più; era sparito, non senza stupore di lei, sparito davvero. La bellissima donna respirò, ed abbracciò anche più teneramente del solito il duca suo marito. Era salva.

Salva! C’era dunque stato un pericolo? Eh, che cosa posso dirvene io? Lo spagnuolo in questi casi risponde: «quien sabe?» e il francese: «peut-être;» l’arabo: «Allah Kerim» che dice ogni cosa; il malese, che è il malese, soggiunge con classica breviloquenza: «Ugian, pajong», che vuol dire a un dipresso: quando piove, prendete l’ombrello. Si è poi così felici di non essere stati neanche al risico di osservar troppo una cosa!

Anche per un’altra ragione era bene che fosse andata così. Ben leggera quella fiamma, che si era spenta così presto! La donna che ci credesse, a questi cascamorti, sarebbe sciocca davvero! La freddezza è una prova sicura, infallibile; fingere di non curarsi di loro, e vanno via come il vento. Ma no, si era troppo affrettata a conchiudere. Un mese non era scorso da quella sparizione improvvisa, e più mesto, più pallido, più fatale del solito, il conte di Riva era ricomparso, riprendeva le sue contemplazioni da lungi. Noioso, sì, come prima; questo andava da sè. Ma almeno non si poteva pensar male di lui. Certo, in quei trenta giorni, gli era accaduto qualche cosa di grave. Ma che, di grazia? Gli amici del bel mondo son sempre lì per darle, certe notizie, chi sappia condurli bel bello sull’argomento. — Ah, il conte Massimo! il solitario delle Ardenne! Vuol fare ogni cosa come un eroe da romanzo della vecchia scuola. S’è ammalato, e i medici non hanno saputo indovinare la sua malattia. Chi ha detto languore, chi anemia, chi iperemia, chi nevralgia, chi altra diavoleria. Uno solo contro tutti aveva sentenziato: — Per il male del conte di Riva non ha rimedi la scienza; egli è innamorato.

— Innamorato, tanto da farci una malattia! — esclamavano le amiche di Serena. — E non si sa di chi?