— Non si sa.

— Questa è forte! Non si sa dove capita?

— In nessun luogo; da un anno ha trascurato tutte le sue relazioni.

— Ecco un enimma! Ci sarà da studiare per tutto l’inverno. —

Di questi nonnulla è intessuta una conversazione elegante. Sono essi i polviscoli che il vento solleva a miriadi e distribuisce a caso; si posano, entrano nel sangue, e ci fanno i guasti che la scienza descrive.

Più mesto, adunque, più pallido e più fatale di prima, il conte di Riva era tornato al suo ufficio di fachiro; ma altresì più guardingo, e la cosa va detta ad onor suo, come ad onor suo era stata notata. Guardava lei di tanto in tanto, e solamente lei; ma spesso non guardava in nessun luogo. Nei ritrovi del bel mondo, tanto per mettere a lavoro gli Edipi, era anche ricomparso; ma non ci si lasciava vedere che nelle grandi occasioni, dove il numero confondeva e il solenne apparato copriva. Era stato presentato a parecchie dame, che ancora non conosceva, ed anche alla giovane duchessa di San Secondo. Ma a tutti era parso molto discreto; a lei perfino freddo, sebbene con intenzione visibile, per un certo sforzo di muscoli facciali; e si era presto tirato in disparte, con una compunzione meravigliosa. La duchessa gli era stata grata di quel nobile contegno. Da quel giorno, vedendolo ancora, vedendolo spesso da lungi, non le parve più noioso, nè opprimente, nè sciocco. Anche nella faccenda dei colori, la duchessa aveva temperate le sue opinioni. Che c’era da far caso del colore dei capegli? Ci sono degli uomini antipatici, e di tutti i colori, dei biondi come dei bruni. Un certo color di capegli si confà con una certa forma di bellezza: ecco tutto.

Così aveva dischiuso il suo cuore, così si era mutata a grado a grado per lui. Quando si avvide di amarlo, lo amava già troppo, non era più padrona di scacciarne l’immagine. Per vincere, sarebbe stato mestieri di combattere; ma come si combatte, se non si ha di rincontro il nemico? Massimo non era già al suo fianco, per incalzarla con le sue supplicazioni, per turbarla co’ suoi furori, chiedendo all’occasione, aspettando da uno smarrimento della ragione di Serena il frutto della vittoria riportata sul cuore di lei. Misurato sempre negli atti suoi per necessità esteriori, Massimo si era fatto anche più riguardoso per intime ragioni, non volendo perdere con un solo errore ciò che tanti accorgimenti gli avevano guadagnato. D’altra parte, la duchessa sarebbe stata tanto più severa con sè medesima, quanto più si era mostrata debole con lui. Le consuetudini della casa, il genere di vita che seguivano i signori di San Secondo, tutto si frapponeva, tutto pesava su quella coppia d’innamorati. Il duca, come vi ho detto, era un brillantissimo gentiluomo; amava i piaceri sfoggiati, la pompa, l’apparato; era a tutte le feste ed apriva anche spesso la sua gran casa alla gente; stancava e stordiva la sua giovane compagna, tenendola in mostra continua ed in moto perpetuo. A scatti, poi, fosse astuzia o capriccio, cambiava paese; correva con lei a Parigi, a Londra, a Vienna, a tutte le acque più famose, poichè il brillantissimo gentiluomo aveva tutte le infermità che domandano le cure più costose, e che non trovano benefizio in nessuna. Apparizioni, barbagli, scintillamenti di stella, corse vertiginose di cometa, erano le gioie della duchessa Serena. E durarono qualche mese oltre i nove anni, destando in molte donne l’invidia di una così varia esistenza, mantenendo in lei l’illusione di non esser nata per quella condizione di luce elettrica, sempre viva ed intensa in ogni densità dell’ambiente. Nelle regioni elevate e sotto il raggio del sole meridiano, tutti provano le vertigini dell’altezza ed il fastidio della luce; di lassù si sospira più facilmente la pace umile e la oscurità di un angolo ignorato. Se poi questi desiderii fossero esauditi, povera filosofia, come rinnegherebbe sè stessa! Ma lassù, in quella luce, la duchessa Serena sentiva così; quello era il suo modo di vedere le cose. Ah, un angolo del mondo e il suo Massimo! Anch’egli, l’amato, doveva sentirlo il desiderio dell’egloga, ascosa nel verde di una magnifica villa del Seicento, tutta condotta a lunghe ed alte siepi di lauri e di querci; con gradinate gigantesche per loro due soli; fontane sostenute da grandi pilastri di travertino, corrosi dall’aria e pittorescamente chiazzati d’ogni generazione di licheni; templi in rovina; urne antiche scoperchiate, con trionfi di poeti e coro di Muse festanti; infine, sulle rive del laghetto tranquillo, belle ninfe di pietra che si recano il dito alle labbra, in atto d’invitarvi al silenzio, mentre un giovane Fauno, sorgendo dal mezzo delle acque, cava dalla rustica zampogna una melodia che l’orecchio non ode, ma che il cuore indovina e raccoglie. Pensoso com’era, Massimo la sognava sicuramente, la desiderava anch’egli una esistenza di quella fatta; egli così pronto a rubare i minuti al destino, per giurare a lei una eternità di amore e di fede. Si giura tanto bene, una eternità, quando non si possiede che il momento fugace! La passione non ha che un accento; e suona bene, quell’accento, quando è concentrato nella brevità di un attimo, in mezzo ai contrasti, alle angustie, ai terrori.

Al suo giorno, alla sua ora, il duca di San Secondo era morto, e della malattia che non aveva curata: una congestione cerebrale. Rimasta vedova, la duchessa Serena aveva pianto con lacrime di tenerezza, non senza qualche rimorso, un gentiluomo che aveva avuto per lei tutte le buone intenzioni di un amico e di un padre, e che, circondandola di fasto e di eleganza, trascinandola di passatempo in passatempo, senza un giorno di tregua, le aveva pur date tutte le apparenze della felicità. Gran cosa, queste apparenze, in una società come la nostra, dove è così raro conseguir la sostanza! Dicono che la felicità si sia rifugiata anche lei nel fondo di un pozzo. È forse per questo che tanti disgraziati la vanno a cercare là dentro? Ahimè! forse ella non ha che un istante, come la passione non ha che un accento. Passato quell’istante, quell’attimo, incomincia il ricordo; e noi, aspettando quel che sarà, viviamo di quello che è stato.

La duchessa Serena pianse adunque il marito. Ma il cuore ha i suoi diritti, che non è dato di sopprimere, comprimendolo. Al cessar delle lacrime, la pupilla riappare scintillante come la faccia del sole tra le ultime gocce del nembo. Cessate le strette angosciose della pietà, il cuore riprende i suoi battiti, il sangue scorre vivace e richiama il pensiero ai sogni giocondi della vita. L’uomo che ha saputo misurare e dividere il tempo come lo spazio, ha pure assegnato un termine equo al dolore, come un freno decente agli impeti della gioia. E si obbedisce alla legge, e si contengono quegli impeti, quelle impazienze del sangue. Il nero non è più nell’anima nostra, ma è tuttavia negli abiti; aspettiamo. Il grigio è appena sottentrato al nero, che già l’anima è in festa: aspettiamo ancora. La triste crisalide è presso a rompere i suoi involucri; la farfalletta bianca libererà le sue ali, spiegherà presto il suo volo nella verde allegrezza dei prati. La donna non aveva ancora che le sue passeggiate, in atteggiamento composto, in aspetto severo; rieccola alle feste, ai balli, ai teatri. Il sogno della vita ripiglia il corso interrotto.

Sarà poi quello di prima? senza nulla di mutato? Una piega invisibile, o inavvertita da prima, non darà un altro indirizzo alle cose? Pensando al caso suo, la duchessa Serena poteva sperare di no. Vedeva immutato il suo dolce imperio sugli occhi; doveva crederlo immutato sui cuori. Sopra un cuore, almeno; chè poco, anzi nulla, le premeva degli altri.