Lo spirito più grave ha le sue fanciullaggini, come il più leggero, e si compiace qualche volta di giuocare la sua posta sui capricci del caso. «Se la tal cosa mi va in questo senso — si dice — è segno che la tal altra riescirà intieramente secondo il mio desiderio». Anche la duchessa Serena aveva giuocata la sua posta, e si consolava della sua vittoria. Ammirata con la solita costanza da tutti i suoi vecchi astronomi, probabilmente invidiata da tante nemiche intime, i cui occhi e le lenti si volgevano a lei così spesso, come non doveva ella prendere buon augurio dal fato? Come non doveva esser certa del cuore di Massimo?
Il conte di Riva, lo sapete, non era quella sera a teatro: cosa strana abbastanza per una prima rappresentazione all’Apollo. Ma che volete? c’era di mezzo ima questione d’onore, nella quale Massimo entrava come padrino. Si trattava di rappattumare due vecchi amici, se la cosa era possibile; di stabilire le condizioni dello scontro, se di pace non avessero voluto sapere. Massimo non aveva accettato l’ufficio, che a patto di tentar tutte le vie onorevoli, per giungere ad un lieto fine. Era lodevole l’intento, e giustificata la intromissione di lui. Ma queste buone intenzioni non poteva averle anche un altro? Perchè andava egli a ficcarsi in quei ginepreti? Quando si ama una donna, non si ha forse tutto quel che bisogna, per la felicità del cuore e per la pace dell’anima? E c’è mestieri di altre occupazioni, le quali, alla stretta dei conti, potrebbero guastare quella felicità e turbar quella pace?
Ah! nei primi giorni dell’amor loro, quando ella, dovunque andasse, era sicura di trovare il conte di Riva, e lo vedeva tanto da dolersene, da offendersi quasi della sua insistenza, allora il conte di Riva non aveva amici da condurre sul terreno, o da rappattumare in un camerino di trattoria! Non aveva neanche vecchi zii da visitare e da accarezzare, come qualche volta pur gli accadeva, in quegli ultimi tempi della vedovanza di lei.
Ma non s’ingannava ella forse, dubitando così? Animo, via, un pochettino di ragionamento; bisognava andare al fondo delle cose. Anche quel vivere solamente per lei, dei primissimi tempi, poteva dirsi una bella impresa di Massimo? E non doveva credersi invece che egli avesse danneggiati in qualche modo, con la sua trascuranza, i più gravi interessi? A questo bisognava por mente, non fermarsi alla superficie, alla prima buccia delle cose. Allora, per farsi scorgere da lei, per averne uno sguardo, per dirle con la sua presenza: «vi amo» quanti sacrifizi non aveva egli fatto? Domandarne di nuovi non era egli forse un chieder troppo alla vita di un uomo? La società, infine, ha i suoi diritti anch’essa, come il cuore di una donna; chi vive in società deve rispettarne le leggi; se si hanno relazioni che possono giovare, è onesto di giovare ad esse, coltivandole; se si hanno amici a cui in un giorno di necessità suprema si può chiedere un servizio delicato e pericoloso, occorre saper rendere a tempo un servizio agli amici. Povero conte! anche per lui c’erano le piccole noie; e bastavano quelle piccole noie per costringerlo a lasciare una prima rappresentazione dell’Apollo; niente di meno! Ammessi i costumi e le usanze, bisognava notare anche questo, come un grave sacrifizio per lui.
Così consolata, poichè ci si consola facilmente, quando qualche certezza regna nell’animo, o qualche speranza sorride, la duchessa Serena si mostrò degna del suo bel nome. I suoi grandi occhi morati rifulsero; la sua piccola fronte alabastrina si spianò; l’anima sua, raffidata e contenta, fu tutta alle celesti armonie dell’«Aida».
II. Raggi filati.
La duchessa Serena provò ad una ad una tutte le soavi commozioni d’una volta. Ed anche le piccole seccature: quella tra l’altre del continuo aprirsi e richiudersi dei palchi, che riesce tanto molesta agli orecchi, durante il primo atto di una rappresentazione. Ad ogni tratto si sentiva il fruscio delle sete, il saltellìo degli sgabelli urtati da un piede statuario, e via via tutto quel complesso di strepiti, mal dissimulati dalla lentezza dei movimenti, che vuol dire al buon pubblico: «guardatemi, son qua io, venuta a bella posta sul tardi». Alle apparizioni delle Dee, sorridenti o accigliate, graziose o solenni, entro nuvole di rasi e di trine, con aureole di diamanti e di perle, seguivano le distrazioni dell’uditorio, le voltate, i bisbigli, i nomi susurrati, i giudizi, le confidenze tra vicino e vicino. Qualche volta ai rumori di curiosità si aggiungevano i segni di disapprovazione. Le Dee non erano sempre di quelle a cui tutto si permette, e i loro strepiti, prolungati oltre il necessario, e il cinguettìo che soverchiava i più delicati passaggi della musica, o balzava fuori più stridulo dagli intervalli delle battute d’aspetto, provocavano le interiezioni della platea, dove protestavano dai loro posti numerati tutti coloro che avevano pagato uno scudo per sentire il canto di Radamès e non il passeraio delle dame ciarliere.
— Zitto là! — brontolava una voce.
— E che? — osava soggiungere un’altra, facendo dare i vicini in uno scoppio di risa. — Siamo forse a ora di vespro sotto gli olmi del Pincio?
Roma, fra tante sue cose buone, ci ha questa, di saper ridere a tempo e di acquetarsi ad un motto scherzevole, anche di poco valore, quando sia detto con garbo. Il popolo romano, ordinariamente così grave, e alle volte così fiero, si adatta, si contenta, purchè gli diciate un’arguzia. Se non gliela dite, non c’è niente di male; basterà lasciargliela dire a lui, che n’ha sempre da rifarvi il resto.